ascensore per lo spazio

1 il grattacielo

La nostra casa è al quattordicesimo piano, l’ultimo del “Grattacielo” del quartiere.
Nessuno abita così in alto, perché non ci sono case così alte.
E il nostro ascensore è il più veloce di tutti.
L’ascensore è anche di Giosuè, sicché io e lui abbiamo l’ascensore più veloce del quartiere ma mentre Giosuè si ferma al nono, io vado fino all’ultimo.

A casa nostra ci sono due scale: destra e sinistra, io abito al 14° a destra.
Nella nostra scala, e quindi nel nostro ascensore, ci siamo io e Giosuè che siamo anche compagni di classe.
Nell’altra scala ci stanno Nico e Fabrizio. Nico è più amico di Giosuè e Fabrizio più amico mio, ma non siamo veramente amici.
Nico abita al primo e Fabrizio al secondo sicché…
Io sono nato e cresciuto come in un nido d’aquila!

A casa nostra siamo in cinque fratelli, io sono il quarto e sono stato allevato nella seconda nidiata con mia sorella Clara, un anno più grande, da Anna e Leo nati nella nidiata precedente.
Nell’ultima nidiata c’è Giovanni, detto Giò, allevato per sua sfortuna, soprattutto da me.
A me piace essere un aquilotto e mi piacerebbe che anche Giò crescesse come un vero abitante del cielo.

Passiamo molto tempo alla finestra.
Da quassù è facile immaginare di volare: si può sperimentare. Puoi stare a guardare un soldatino che precipita e contare quanti secondi impiega a rimbalzare come una pulce sul terrazzone del primo piano. E quanti secondi impiega un altro soldatino con un paracadute di carta velina? E una pallina rimbalzante? Ho provato. Speravo di vederla risalire dritta dritta fino al quattordicesimo piano. È andata storta. L’ho persa di vista mentre rimbalzava come una matta nel traffico sottostante.
Dal terrazzino di camera nostra proviamo ogni tipo di aquilone, di elicottero (con i semi si faggio, per esempio) o di girandola. Lanciamo aereoplanini di carta e li guardiamo planare a lungo sopra i tetti come veri aeroplani e infilarsi negli alberi del cortile dell’oratorio due isolati più in là.
Hai mai provato ad infilare uno dentro l’altro cinque aeroplanini e lanciarli tutti insieme? Partono come un solo super-jumbo. Poi si dividono e volano come una squadriglia acrobatica.
Abbiamo curato piccioni viaggiatori atterrati esausti nel vaso di glicine del terrazzino della sala e, d’estate, sfidiamo con la pistola a gommini quei velocissimi piccoli pipistrelli che si chiamano nottoline. Una sera ne è entrato uno dalla finestra del bagno. Mentre Anna era in bagno. Anna odia i criceti. Figuriamoci i pipistrelli!
L’ha preso Leo, il pipistrello. Leo ha fatto gli scout ed è il fratello grande. Tocca sempre a lui comandare, soprattutto in casi del genere. Io e Clara volevamo tenerlo, il pipistrello. Era fortissimo! Anna ha detto che eravamo scemi e la mamma l’ha sgridata. Leo voleva aggiustargli le ali perché sosteneva che erano rotte, invece era sanissimo. Leo farà il dottore. E’ lo scienziato di famiglia. Una volta avevo vinto un pesciolino rosso al lunapark e lui lo voleva studiare nel suo ambiente naturale come fanno i ricercatori con gli squali. Avete presente Jaques Cousteau? L’ ha messo nella vasca da bagno e si è immerso con maschera e boccaglio. Però il pesce si è lessato perché l’acqua era troppo calda.
Il pipistrello è volato via mentre decidevamo cosa farne e Leo ha dato la colpa a me.

Dal nostro terrazzino possiamo calare un cestello fino al nono piano e scambiare messaggi con Giosuè. Una volta il cestello è stato intercettato da una vecchietta che abita al decimo piano. Ci ha messo delle caramelle e un bigliettino nel quale diceva che era la befana. Simpatica nonnina!

Dal nostro terrazzino siamo vicini al paradiso.
Una volta ha nevicato grosso e, seduti per terra in camera nostra, vedevamo solo il cielo: la neve scendeva lenta, poi non scendeva più: era casa nostra che saliva, saliva, attraverso fiocchi di nuvole. Siamo saliti per un’ora e alla fine era come essere in paradiso.

Guardare fuori dalla finestra è il passatempo più naturale per chi non vede l’ora di spiccare il volo.
Affacciati al bordo del nido vediamo la piazza sottostante con le macchine grandi come giocattoli e vediamo mobili di bambola dentro le case dirimpetto alla nostra.
Nelle belle giornate, dalla cucina, si vedono le montagne e tutta la valle a nord e vedi le ciminiere in periferia e lo Stadio e senti quando fanno gol. Dalla sala si vede il centro e il Duomo, il Grattacielo della Stazione, la Torre di Ferro e proprio sotto casa la Fiera che si riempie di persone che vanno ad ammirare cose di tutto il mondo. Cose mai viste, che io vedo stando appollaiato alla finestra.

Un giorno partirò, andrò all’avventura. E scenderò giù giù, in Africa. Prenderò la metropolitana, il treno, la nave, l’aereo, l’autostop. Ma spiccherò il volo con l’ascensore. Scendendo a perpendicolo giù dal quattordicesimo piano, e poi scendendo a perpendicolo giù per un meridiano.

2 l’ascensore di servizio

A casa nostra ci sono due ascensori: quello normale e quello di servizio.
L’ascensore di servizio è piccolo. Ci si può stare in due o in tre schiacciati.
L’ascensore di servizio scende al S (sotterraneo) per andare ai garage, alla pattumiera e alle cantine, quindi fa più strada dell’altro. 15 piani.
Puzza sempre o di fumo di sigaretta o di sudore (o di peggio).
Sull’ascensore ci sono delle targhette. Sulla prima c’è scritto: “VIETATO AI MINORI DI ANNI 12 NON ACCOMPAGNATI”.
Di quest’avviso non si è mai preoccupato nessuno. S’andava in ascensore da soli anche a sei, sette anni.
L’unico problema era arrivare ai tasti perché io sono basso e abito all’ultimo.
José è più alto e abita al 9°.
Prima di scendere schiacciava lui il tasto del 14 per me. Mi faceva questo favore anche se avevamo litigato.
Sennò schiacciavo fin dove arrivavo e poi andavo a piedi.
Mio fratellino Gio, che si sa organizzare, quando va a trovare la nonna (che sta al secondo piano) si porta uno sgabellino per arrivare al tasto ancora troppo alto per lui. E un giornaletto, in caso rimanga bloccato in ascensore.

Il secondo avviso dice: “PORTATA MASSIMA 250 KG persone incluse”
E di questa targhetta, invece, si è discusso a lungo.
Io peso 30kg e Giosuè 40kg = 70 kg. Più 25kg mio fratellino = 95 kg. Più 40kg mia sorella = 135kg. Mancano ancora un sacco di chili e siamo già pigiati come acciughe.
E se saltiamo tutti insieme quanti chili in più pesiamo?
Io e Giosuè abbiamo provato a saltare – con l’ascensore fermo, al sotterraneo, con le porte aperte e Gio fuori a fare il palo – per vedere se si rompeva .
Quando sale mio padre, 90kg, nessun altro sale, perché il mio papà è grosso.
Il papà di Giosuè però è più grosso.
Se il mio papà e il papà di Giosuè =190kg, salissero insieme, siamo sicurissimi che l’ascensore precipiterebbe.
Anche se salisse zia Clelia precipiterebbe. Zia Clelia pesa pochissimo ma pare che porti una sfortuna mai vista.
Fuori, l’ascensore di servizio, ha un tasto per chiamare e le lucine che dicono OCCUPATO oppure PRESENTE.
Dentro invece ha i tasti per prenotare i piani disposti uno sopra l’altro e le lucine con i numeri a fianco.

Io e Giosuè (anzi, Giosuè e io) incidiamo con le chiavi l’alluminio della bottoniera.
Abbiamo scritto: VIVA INTER, ABBASSO MILAN e anche VIVA NAPOLI perché il papà di Giosuè è napoletano. Poi un giorno lui ha fatto una svastica. e io ho risposto con una falce-e-martello. O viceversa.
Nessuno sa che siamo stati noi. Cioè, non possono dimostrarlo!
Ma i nostri genitori ci hanno castigato comunque. Loro lo sanno!
Mio padre si è arrabbiato moltissimo. “Ma sapete che cosa significano quei segni?”

Mia sorella Anna aveva un manifesto con la faccia di Che Guevara e una falce e martello. è durato un giorno. Papà glielo ha fatto strappare.
Io sono stato un’ora, fisso, a guardare quella faccia con la barba e i capelli lunghi; Anna mi ha detto che era un Guerrigliero!
Giosuè, le svastiche, le ha viste sui muri.
Un giorno abbiamo provato a disegnarle e lui non ci riusciva (in disegno è una schiappa). Poi ha imparato e, tutto orgoglioso, le ha fatte dappertutto.
Finché ne ha incisa una in ascensore. E io gli ho risposto con una falce-e-martello.

Ci hanno fatto promettere di non farlo mai più. “Certo.”
Eravamo piccoli. Sarà stato un anno e mezzo fa… comunque, ancora adesso, controllo dappertutto. Recentemente mi sembra sia comparsa una nuova svastichina che prima non c’era, lì, nell’angolino in basso…e, non vorrei dire, ma subito dopo è comparsa anche una falcemartellina…

L’ ascensore normale ha le porte a spinta.
L’ascensore di servizio ha le porte che si chiudono automaticamente cioè da sole.
E si riaprono da sole.
Quando decidono loro.

Io vado su e giù tutti i giorni, più volte al giorno, con quest’ascensore: per prendere la bici e andare a scuola, all’oratorio, dal dentista, a ginnastica.
Entri, schiacci il piano, le porte si chiudono e lui decolla con i caratteristici rumori di scintille che scoccano, contatti che scattano, argani che innestano, pulegge che cigolano, funi che si tendono, binari che stridono.
Il nostro ascensore è velocissimo. Quando i nostri compagni di scuola vengono per la prima volta escono bianchi come cadaveri.
Lui decolla e la lucina sale spostandosi da S a T (terreno)
E poi, una via l’altra, 1, 2, 3. come un fulmine. Al 4: buio (la lucina è rotta da un bel po’), 5, 6.
Al 7 la lampadina funziona ma manca il vetrino e si vede quello che c’è dentro, come se mancasse un occhio e tu potessi vedere dal buco dentro il cervello dell’ascensore. E la vista non è rassicurante: una cavità nera e polverosa con i fili elettrici scoperti come i nervi della mamma di Giosuè e la lampadina del 7° che penzola dentro quel buco come un bulbo rinsecchito.
8, 9.
Il numero nove è quello più luminoso.
Giosuè lo nota sempre e io non posso negare. Quando si fulmina la lampadina, quando la riaggiustano, brilla più degli altri, è di un rosso più vivo.
Il 14 è un po’ arancione. Deve essere questione di vetrino.
In compenso il tasto del 9 è più rovinato del mio e vicino al tasto lui ha scritto (non so se si può dire) figo e io ho corretto prima con aerofago poi con fagiolo che è meno colto ma si capisce di più.
10, l’11 è storto. 12. In un lampo siamo già qua.
Il mio ascensore è il più veloce.

Un gioco stupido che facciamo sempre è quello di schiacciare i piani subito dopo che sono passati.
Mi spiego: se quando sei al 3 schiacci il 4, l’ascensore si ferma al 4. Se si ferma perdi un sacco di tempo.
Invece se sei al 4 e schiacci il 3 l’ascensore non si ferma e continua a salire. E tu puoi continuare a giocare. Il bello è schiacciare il 4 né troppo tardi né troppo presto ma nel preciso istante in cui l’ascensore passa il piano e non può più fermarsi. Capito?

3 la storia

Oggi è giugno, la scuola è finita, Giosuè è già partito e io torno, affamato, assetato, sudato dall’oratorio dove ho giocato a pallone.
Quando arrivo l’ascensore principale sta salendo e io non ho voglia d’aspettare (odio aspettare), vado a controllare quello di servizio. É al piano. Lo prendo. E mentre l’ascensore sale come un’astronave io gioco a schiacciare i tasti dei piani passati.
12 (e io schiaccio l’11), 13 (e io schiaccio il 12), 14 (e io schiaccio il 13)…arrivato.
Arrivato.
Ma le porte non s’aprono.
Panico!
E piano piano, con le porte chiuse, l’ascensore torna a scendere. Piano, al rallentatore.
Schiaccio stop. Niente. Schiaccio 14. Scende ancora. Schiaccio 13, aspetto e l’ascensore arriva piano piano al 13. sono salvo. macché, non si ferma.
Il 13 è passato e l’ascensore scende ancora. Pianissimo.
Allora schiaccio ALT, 12, ALT, ALT, ALT, 12 12 12 e il 12 passa ma non si ferma. ALT! e finalmente si ferma.
Sì, si ferma al 12. È fermo. Ora le porte automatiche s’apriranno come s’apre il portello di un razzo quando atterra, di ritorno da un viaggio avventuroso nello spazio, e l’astronauta appare nella sua tuta scintillante acclamato come un eroe.
Le porte s’apriranno e l’aria fresca del 12°piano entrerà nell’abitacolo che puzza di fumo e di sudore.
Macché.
C’è il gradino.
Il gradino è quando l’ascensore non è arrivato giusto giusto al piano. E la porta non si apre.
Insomma: ALLARME! (il tasto giallo con il disegno della campanella!).
Oggi il gioco non ha funzionato, l’ascensore è andato in tilt, non è arrivato al 14. Ha incominciato a scendere al rallentatore dandomi il tempo di provare a schiacciare tutti i tasti possibili e immaginabili ma non ha ubbidito a nessun comando. Ha continuato a scendere finché ha voluto poi si è bloccato all’improvviso e lì è rimasto.
E io anche. Ad aspettare l’arrivo di Sisto, il Portinaio.

Per tirare su gli ascensori fino al piano, quando si bloccano, Sisto ha una lunga manovella che infila in un buco rotondo nel muro e gira e tira su l’ascensore.
Piano piano. Ma ora sai che sei salvo.
Quando arriva Sisto, sei salvo.

Sisto, il portinaio, è il terrore di noi ragazzi. Cerbero dai mille occhi e dalle mille
orecchie. Vede tutto. E poi sbraita con la sua voce rauca. Sempre con la scopa in mano che usa come stampella (ha una gamba più corta dell’altra) e come arma, inseguendoci per le scale, arrancando per i corridoi. “vi ho visto! sentiranno i vostri genitori!”.
E i nostri genitori sentono. Ma non possono credere a tutto quello che Sisto spiffera perché lui esagera sempre.
Comunque le prendiamo.
Più io che Giosuè.
Giosuè è figlio unico. (Veramente una sorella ce l’ha ma è molto più grande e quindi lui viene coccolato come fosse figlio unico).
Sisto è il terrore anche dei nostri amici che non abitano nel condominio: Sergio, Fede, Uberto. Vengono sistematicamente bloccati come passano dalla guardiola: “Dove vai?” come dicesse “Dove credi di andare?”. Citofonata: “C’è un amico di suo figlio” (suo figlio non posso che essere io) come dicesse “Io vi ho avvisati, la Banda si sta radunando!”.

Noi angioletti ci troviamo per fare i compiti, per giocare a calcetto, per scambiarci figurine. Facciamo merenda, parliamo…

A tutti noi piace Micaela.
È bellissima: bionda, con la coda di cavallo, il grembiule sempre stirato e profumato. In classe sta sempre zitta. Sorride. A volte piange, in silenzio e noi la guardiamo muti. Quando capita, solo Giosuè le s’avvicina e la consola passandole un braccio sulle spalle e accarezzandola. Io lo farei ma non ne ho il coraggio.
Lei non sa che mi piace.
La sera cerco di risentire il profumo di bucato del suo grembiule. Impossibile. Posso ricordare quello che hanno visto gli occhi, quello che hanno ascoltato le orecchie ma non quello che ha annusato il naso. Micaela è un profumo. E non sarà mai, ahime, il mio profumo.
A Micaela piace Giosuè. Un giorno l’ho vista, mentre sciamavamo da scuola, dargli di nascosto un bacio sulla guancia. Lui parlava con non so chi e ha fatto finta di non accorgersene. Non ha detto niente.

Per tutta la strada verso casa io ho aspettato che ne parlasse, invece non si è vantato con noi. Io l’avrei fatto. Forse non s’era accorto del bacio. Invece sì. Se ne era accorto. Ma non ne parlava.

Torniamo tutti assieme da scuola: Giosuè, io, Fede e Sergio. (Clara fa un altro giro con le sue amiche). Fede si ferma per primo e Sergio subito dopo.
L’ultimo tratto di strada lo facciamo io e Giosuè da soli.
Quel giorno non abbiamo litigato.
Litighiamo spesso tornando da scuola. A volte finisce a botte: una spinta, un pugno, un altro… Lui è più grosso di me ma è sempre la sua mamma che telefona alla mia per lamentarsi. “Driiin”, all’ora di pranzo, noi tutti a tavola e mia madre che risponde. Anzi, alza il ricevitore e l’allontana dall’orecchio e si sente la mamma di Giosuè che grida. Cosa vuoi che risponda mia madre?: “Mio figlio ha picchiato il suo? Ma se è grosso la metà!” E poi tutti sanno che è sempre Giosuè che le combina grosse, è sempre lui che comincia!
Questo lo dico io, a mia madre, quando Sisto citofona su per farci dare una punizione esemplare.
La punizione più grossa è chiedere scusa a Sisto.
“Andate a chiedere scusa!”
Eccolo in fondo al corridoio, appoggiato alla scopa, che parla (sbraita!) con la signora Chiodi. Lui sbraita e lei bisbiglia.
Mezzogiorno e mezzo di fuoco: immagina la musichetta western e io che m’avvicino pronto per sparare le mie scuse. Sisto, in fondo al corridoio, mi vede ma m’ignora e continua a sbraitare, io continuo ad avanzare. Sono a metà strada, ora Sisto e la signora Chiodi si voltano a guardarmi, lui sposta la scopa nell’altra mano e cambia la gamba d’appoggio. Il silenzio è sceso pesante come un macigno, il Buono e il Cattivo sono alla resa dei conti. Io sono il Buono. Nei films il Buono non ha mai paura di nulla. Sono ancora in tempo per svicolare a sinistra e far finta di niente, imboccare le scale e darmele a gambe. Se faccio ancora un passo in avanti, invece, posso solo affrontarlo. “Volevo chiederle scusa…” Volevo! Svicolo a sinistra e me la do a gambe. Meglio beccarlo di striscio, di sfuggita, in un’altra occasione, dove posso scusarmi come sempre: sottovoce, poco convinto, evidentemente costretto. Sisto grugnisce una frase di moderata soddisfazione e la storia è finita.
Giosuè invece non tentenna: l’affronta in campo aperto, sinceramente pentito. “Mi dispiace, prometto di non farlo mai più.” Vigliacco! Riceve anche un buffetto sulla nuca e sono già a scambiarsi sorrisi e spiritosate. Ma come farà a trovare qualcosa di divertente da dire a Sisto?
Il papà di Giosuè si ferma spesso a parlare con Sisto e con il garagista (che abita al 4°). Parlano di calcio. Sono un po’ amici.
Al mio papà di calcio non è mai importato nulla e non si ferma a parlare con il portinaio. Prende la posta e basta. Mio padre ha sempre più posta degli altri e oltre la casella che hanno tutti, ha un ripiano per le riviste e le buste ingombranti. E anche questo a Sisto sembra dare fastidio. Insomma Sisto preferisce Giosuè a me. Come Micaela.

Ma ora sono chiuso in ascensore, fermo un gradino sotto il 12 e Sisto verrà a liberarmi come fa sempre in questi casi, Chiunque ci sia dentro.
Quando Sisto arriva sei salvo
Se arriva.
Se non arriva, muori di sete.

4 non ho paura

Scherzo, non ho paura.
Mi siedo sui talloni e aspetto. L’allarme è stato suonato. Dall’ascensore non si sente ma in guardiola deve aver trillato forte.
Seduto sui talloni, con il pallone per schienale, annuso il pavimento di linoleum liso che puzza di sigarette e controllo che non ci siano sputi per terra..
Sono un aquilotto fuori dal nido, non ho paura, non grido, come mi ha insegnato mio fratello grande Leo, come insegno a Gio.
Non è dignitoso.
Ascolto.
Si sente il vociare dei bambini dell’asilo all’angolo che giocano in giardino.
Si sente l’altro ascensore che sale come un pistone nello stantuffo. Si ferma forse proprio a casa mia. Forse è Anna che rientra dalle sue riunioni pomeridiane. Anna va al Centro di Aggregazione Giovanile, all’Associazione Studentesca, ai Pomeriggi Culturali, agli Incontri in Biblioteca, al Volontariato Sociale, al Cineforum…
Provo a chiamare: “Anna!” Silenzio.
Si sente, qualche piano più in basso, qualcuno che getta la spazzatura nella pattumiera. Si sente la spazzatura precipitare giù, sbatacchiando contro le pareti.

La pattumiera è un pozzo stretto, è l’ascensore della spazzatura dove i sacchetti però possono solo scendere, anzi precipitare al sotterraneo, nella caverna puzzolente e schifosa traboccante di bucce, gusci d’uovo, verdure, ossi, avanzi e tutte schifezze così. Ogni tanto i sacchetti s’incastrano e si crea un ingorgo. In quel caso la spazzatura comincia a salire. Chi sale sempre sono gli scarafaggi. La sera li puoi vedere strisciare fuori dallo sportello ed appiattirsi sotto la porta delle scale.
Forse quando la pattumiera s’ingorga gli scarafaggi rimangono bloccati come sono io ora.
Adesso, invece, la pattumiera è sgombera e sento i sacchetti arrivare fino in fondo. Al sotterraneo: pluff.

“Sono in ascensore!” E chisseneimporta. Non lo grido nemmeno tanto forte, tanto tra poco arriva Sisto.
Sono passati un bel po’ di minuti.
Lo so che è noioso stare qui con me ad aspettare che mi vengano a liberare. Ma tu almeno puoi andare a bere, a curiosare nel frigo, puoi mollarmi qui e fare qualcos’altro, che ne so, leggere un bel libro!
Se tutto va bene ne abbiamo solo per qualche altro minuto.
Però che esperienza!

Tutti siamo rimasti chiusi prima o poi nell’ascensore.
Io sia in quello grande sia in quello di servizio. È un’esperienza che non dimentichi, dopo sei diverso. Sai cosa vuol dire essere rimasto chiuso in ascensore.
Sai cosa è un ascensore di servizio di un grattacielo con le porte automatiche

Mica quegli ascensori belli di vetro o di grata di ferro, insomma quegli ascensori panoramici che quando sei dentro vedi fuori da tutte le parti, vedi le scale e le persone che scendono a piedi (e vedi anche che arrivano prima loro), ascensori che hanno lo specchio e la panca, che si chiamano Schindler o Otis o con altri nomi che sembrano nomi di macchine di lusso tipo Bugatti, De Tomaso… (il mio si chiama FIAM: Fabbrica Italiana Ascensori e Montacarichi che è un po’ come avere una FIAT)
Ascensori per pochi, che fanno al massimo sei piani e magari non hanno nemmeno la S (sotterraneo).
Restare bloccati in quegli ascensori è come restare appesi in gabbia.
Come scimmie in uno zoo. Sai che paura…
E quando il primo visitatore arriva… Sei già libero. Fine dell’avventura (“Mi scusi signora, sono rimasto bloccato” “ Oh, stai tranquillo chiamo subito il custode!”).

Invece
Restare chiusi nel mio ascensore è come essere un sacco della spazzatura bloccato in un cunicolo scavato nel cemento di un grattacielo. A cinquanta metri dal fondo. Con il dubbio di poter precipitare.
E nel cunicolo dell’ascensore non passa mica nessuno.
Da noi si suona l’allarme se rimani bloccato. E se l’allarme non funziona?
Beh, prima o poi qualcuno s’accorgerà di un ascensore bloccato. Con tutta la gente che abita qui!

Facciamo un po’ di conti (approfittiamone per fare esercizio di matematica): in un condominio (il mio) ci sono due scale e quattordici piani =28 pianerottoli, e su ogni pianerottolo ci sono da due a tre famiglie (28×2=56 oppure 28×3=84, quindi in media 70 famiglie). In ogni famiglia ci sono da due a sette persone (noi siamo la più numerosa). Diciamo che ci sono quattro persone per famiglia quindi: 70×4=280.
Duecentottanta persone in tutto il condominio.
Duecentottanta! Un formicaio!
Alla mia età non fai in tempo a conoscerle tutte quelle persone. Forse non le ho nemmeno VISTE tutte.
Anzi sono sicuro di non aver mai visto, per esempio, la vecchina del decimo piano che diceva d’essere la befana.
Io per nome o per cognome conosco:
Mia nonna che sta al secondo,
Bagarella, Spolini e Tarboni (Giosuè, Fabrizio e Nico),
Germani (i nostri vicini di pianerottolo: papà, mamma e tre figlie più grandi di me),
Borghini (piano di sotto. Li conosco perché si lamentano del rumore che faccio quando gioco a pallone),
Leguri (8°piano. Si lamentano quando giochiamo da Giosuè)
Chiodi (9° piano, i vicini di Giosuè),
Vicenzini (7°piano, il parrucchiere sottocasa, quello che una volta al mese mi fa questo taglio da bamboccio),
E pochi altri che ti dirò, prima o poi.

Se l’allarme non funziona, prima o poi, qualcuno arriva.
Qualcuno avrà pur bisogno dell’ascensore di servizio.
Qualcuno è, per esempio, una signora con le borse della spesa al sotterraneo. Ha lasciato la macchina in garage e ora prende l’ascensore. Chiama. Occupato, l’ascensore è fermo al 12. Guarda e aspetta. Aspetta e pensa: “Hanno lasciato la porta aperta?” Bussa. Bussa più forte e impreca. Appoggia l’orecchio e ascolta. Io ora picchio sulle pareti e chiamo e la signora mi sente. Mi sente e pensa: “Stanno chiamando! Chissà chi ci abita al 12! Maleducati, non sanno che non si può tenere occupato così a lungo?!” Io grido e lei pensa: “Gridano, forse stanno litigando. Che gente… lasciamo stare…”. Allora la signora prende le scale e sale al terreno dove l’altro ascensore è libero al piano e con quello arriva dove deve andare e va a preparare la cena: “uh, com’è tardi!”
Invece la signora Chiodi (9°piano) sarebbe perfetta: mai che si faccia i fatti suoi.

Come quella volta in cantina…
Io, Giosuè, Nico e Fabrizio siamo i ras degli scantinati. Non c’è cunicolo, corridoio, porta, scala, tombino che non abbiamo esplorato. Il sotterraneo non ha segreti per noi. Eppure è un labirinto: ogni famiglia ha una cantina.
Approfittiamo di ogni lucchetto dimenticato aperto, di ogni lavoro in corso, di ogni disinfestazione annuale per intrufolarci dappertutto.
C’è solo una porticina che non avevamo mai trovata aperta. Da lì si va in quei corridoi che passano sotto i marciapiedi, quelli con le grate attraverso le quali cadono sempre le monete dei passanti.
Un giorno a Nico, che non ne combina mai una giusta, è caduta nelle grate la tessera con il conto del cartolaio. Sua mamma gliele ha date e poi, per riprendere la tessera ha dovuto chiedere a Sisto la chiave della porticina. Giosuè che era con lui è corso a chiamarmi.
Alè! Io puntavo ai soldi, Giosuè a guardare sotto le gonne delle passanti, Nico alla tessera. In realtà l’avventura è stata una delusione: soldi ne abbiamo trovati pochi perché c’era una tale schifezza là sotto che nessuno aveva il coraggio di ravanare per terra e siamo potuti restare poco tempo perché Sisto continuava a sbraitare di fare in fretta.

Il nostro covo è la cantina di Fabrizio. Lui ha un anno più di noi. I suoi gli hanno dato il permesso di sistemarla: luci colorate, giradischi, c’è un divanetto sfondato, ritagli di moquette e cuscini per sdraiarsi, un comodino con i fumetti e un pacchetto di sigarette nascosto bene. Abbiamo provato a fumare: non riuscivamo neanche ad accendere, comunque non ci è piaciuto e il pacchetto è rimasto ad aspettare un’occasione per cui valesse la pena di fare i grandi.
Avevamo deciso di mettere su un gruppo rock: avevamo già una chitarra (senza alcune corde, tanto nessuno di noi sa suonarla) e il nome: I TOPI.
In via Spagnoletto c’era un gruppo di ragazzi grandi che suonavano in una cantina, poi la cantina si è allagata e hanno dovuto buttare via tutto.
Allora ci abbiamo provato noi: fustini del detersivo, coperchi di pentole, un flauto di plastica e la chitarra. Era facile. Si facevano pezzi molto gridati, bastava fare un po’ di casino: UAN, TU, TRII, FOOR! PIANGI CON MEE!
Un giorno sono venute a sentirci mia sorella Clara e una sua amica molto carina che si chiama Mariangela: speravano di poter dire di conoscere un gruppo rock.
È stato il nostro primo concerto.
Abbiamo suonato: non male. Loro stavano fuori dalla porta perché dentro non ci si stava tutti. Poi abbiamo tirato fuori le sigarette e Clara mi ha dato un ceffone e mi ha detto se ero stupido.
Fortuna che c’era solo Mariangela che a me non piaceva neanche tanto.
Insomma, c’era un po’ di movimento.
La signora Chiodi aveva la cantina lì vicino ed è andata a dire chissachè alle nostre madri.
La mamma di Fabrizio ha messo il lucchetto ed è finita lì.

Accidenti a lei, si facesse i fatti suoi!
Se passasse ora la perdonerei. (Non ti dimenticare che sono chiuso in ascensore da un bel pezzo ormai).

5 la notte

Se dovessi morire qui dentro non avrei nulla per lasciare un messaggio tipo: “Cari genitori, vi voglio molto bene, state bene, anch’io sto bene, non vi preoccupate per me”. Non ho neanche una chiave per incidere un ultimo “W” (viva) vicino al 14 e un “M”(abbasso) vicino al 9. O un’ultima falce-e-martello.
Però morire così sarebbe da scemi. Ho sempre pensato di morire da eroe, come un Guerrigliero, salvando la vita di qualcun altro. Di mio fratellino, per esempio.
Adesso vorrei salvargli la vita. Quando lui era appena nato pare che facessi di tutto per ammazzarlo. Io non me lo ricordo.
Mi ricordo, sì, che lo lanciavamo con la carrozzina giù per la discesa del garage, ma la seguivamo correndo e se andava storta o stava per ribaltarsi, eravamo pronti a raddrizzarla. Se andava dritta, arrivava fino alla porta del box di fronte ed era gol. Io e Clara. Un giorno correndo dietro la carrozzina sono caduto e mi sono spaccato un dente. Ma questa è un’altra storia.
Io a Gio voglio molto bene, è il cocco di casa: il più bello, il più bravo…
Lui ha una grande passione: la danza. Già da quando aveva tre anni imparava a prima vista tutti i balletti della televisione e te li rifaceva tali e quali. E anche meglio. Andava di là in camera nostra, si metteva a ravanare nel suo baule dei travestimenti e tornava in sala agghindato come la soubrette del sabato sera. E ballava. Il baule dei travestimenti era zeppo di stoffe recuperate per casa, anche le tende erano finite a far parte del baule. La mamma aveva provato più volte a riappenderle e Gio le aveva nuovamente tirate giù. Con le tende faceva incredibili abiti da sposa. Arrivava tutto impettito in sala e sfilava per noi. Quando si girava per tornare in camera t’accorgevi che di dietro era in mutande. Due minuti dopo era pronto con un altro abito confezionato davanti allo specchio.

Gio ha molta fantasia e molto buon gusto ma poco coraggio.
A questo io devo porre rimedio.

Un aquilotto come lui deva imparare a volare. O perlomeno a non aver paura dell’altezza. (Io non ne avevo: una volta che ero rimasto chiuso fuori casa sono entrato scavalcando dalla ringhiera del pianerottolo delle scale al balcone della cucina.)
Allora gli faccio superare le prove di coraggio: deve buttarsi dal letto a castello con un paracadute fatto con un sacchetto del supermercato, non deve gridare quando io lo prendo in braccio e lo sporgo fuori dal balcone di camera nostra…
Sì, è venuto fuori un semi-putiferio quando la mamma ha saputo. Quando Gio glielo ha detto. Non ci voleva credere. Ha chiamato Clara, che di me sa sempre tutto, e le ha chiesto se fosse possibile ma Clara non sapeva e non voleva crederci. E’ arrivato anche Leo e quando gli hanno detto il fatto non ci voleva credere neanche lui. Io avrei potuto rifarlo ma Giò no. Hanno chiamato Anna e tutti insieme non ci volevano credere. Papà non c’era.
Quando è arrivato nessuno ha detto niente perché se l’erano già dimenticato perché nessuno ci poteva credere…
Cose così.
Lo so, sono cose molto pericolose e molto stupide. Ora non lo faccio più. Anche perché sono inutili, difatti, malgrado tutto, Gio, ha ancora una paura folle, anzi, chissà perché, gli è aumentata.

A questa età non si può avere paura della morte.
Non so di che cosa ho paura io. Di certo non del buio o di quelle cose che si raccontano nelle storie per bambini. Le storie per bambini sono state inventate tantissimi anni fa, quando si viveva nelle grotte. Lupi, bestie feroci, presenze oscure e minacciose facevano paura perché nelle grotte ci vivevano anche loro, i lupi e le bestie feroci. I bambini se li sognavano e poi quando diventavano grandi raccontavano i loro incubi ai figli.
È così che sono nate le fiabe d’orchi, di lupi e di draghi.
Noi che viviamo nei grattacieli facciamo incubi che riguardano gli ascensori.
Ti racconto:
Io sogno che l’ascensore non si ferma mai, continua a salire. E il cuore va in gola anzi nei piedi, e quando si ferma ed esco non è fermo al mio piano. Non riconosco questo pianerottolo strano, moderno e freddo e giallino. Non è casa mia. Devo salire ancora. Provo a rischiacciare. Ora sono in altissimo: l’ultimo piano, il mio, non posso sbagliare. Esco ma non riconosco, forse hanno cambiato qualcosa. Proviamo a girare di là. Forse hanno cambiato qualcosa ma non tutto. Ora, vedrai riconosco. No, non è casa mia. Torno indietro, non trovo più l’ascensore. Mi sono perso.
Sono in altissimo, molto più in alto del solito, ci sono scale sospese nelle nuvole, pianerottoli senza parapetti traballanti nel vuoto, trabattelli pericolanti.
Senza ascensore non ne esco più. Ed eccolo!
È un altro ascensore, ultimo modello, semiautomatico, con tasti spaziali. Non è il mio! E non mi porta a casa mia! AIUTO!
Gli incubi, fanno paura.
Ma solo quando dormi.
O fanno ridere. Come quando li racconta Sergio.
Una volta ci siamo raccontati i nostri incubi.
Fede ha sognato di essere finito in una specie di ragnatela e di lottare con un ragno o una cosa simile che gli tirava i capelli. Poi si è svegliato e aveva la gomma da masticare appiccicata alle mani e ai capelli e dappertutto.
È come quando di notte ti scappa e tu sogni di andare in bagno e credi di esserci andato per davvero e poi ti svegli e te la sei fatta addosso…
Uberto ha raccontato di sognare i tori che l’inseguono e di non riuscire a correre. Uberto sogna i tori perché viene dalla Sardegna. È arrivato due anni fa. A casa sua aveva i tori.
Tutti hanno sognato di essere inseguiti e di non riuscire a correre.
È capitato anche a te di sognare di non riuscire a correre?
Quando devi scappare a gambe levate e invece vai come al rallentatore, frenato. Come ancorato da pesi. E i tori (o qualcosa d’altro) arrivano e tu fai uno scatto per scappare via ma le gambe non ce la fanno proprio a muoversi. Brr… Un brivido passa velocissimo nella schiena e arriva alle gambe. Gambe impastate come… Un cucchiaino nella coppetta del gelato mentre mescoli per fare il miscuglio. E il toro o altro ti è addosso. E ti svegli. Per fortuna ti svegli
Mammamia!
Io non ci avevo mai pensato ma probabilmente per fare questi incubi bisogna avere un letto come il nostro, con le lenzuola rimboccate. Vigliacche, sono loro che c’impediscono di correre!
Sai che non mi ricordo più che incubo ha raccontato Sergio? Peccato, perché faceva ridere. Gli incubi fanno paura solo quando dormi.

A casa mia dormiamo così: papà e mamma nella stanza dei genitori, Anna in guardaroba e nella stanza dei ragazzi ci stiamo Leo, Clara, io e Gio. C’è un letto a castello (Clara dorme in alto e io in basso) e il letto di Leo. Sotto al letto di Leo c’è un letto (che si tira fuori la sera) dove dorme Gio.
La sera si va a dormire dopo Carosello (che è come i cartoni animati) e si spegne la luce subito.

Io e Clara ci inventiamo le storie per addormentarci
La mamma ci ha letto Gianni Rodari e ci ha raccontato come fa a inventarsi le storie.
Uno dice una parola tipo: CASA. E l’altro cerca una parola che non c’entra nulla con la prima tipo: ELEFANTE. e si inizia.
Per esempio: c’era una volta una casetta molto bellina con le persiane verdi e i vasi di gerani sui davanzali.
Questa è Clara. E io: un giorno ci venne ad abitare un elefante.
Però non ci passava dalla porta.
allora cercò d’entrare dalla finestra
ma era troppo alta
allora entrò dal garage.
va bene.
l’elefante aveva sempre desiderato una casetta così!
solo che se voleva dormire sfondava il letto, se voleva rilassarsi in poltrona a leggere il giornale sfondava la poltrona e bucava il giornale con le zanne.
dopo una settimana in quella casa non c’era più niente. tutto rotto sfondato: i mobili e i soprammobili, il gabinetto e il bidè.
e da allora è così: una sola grande stanza, che l’elefante tiene sempre pulita scopando con le orecchie.
le cose che gli servono le tiene appese alle zanne.
In compenso sui davanzali ci sono sempre dei bellissimi gerani che innaffia tutti i giorni con la sua bella proboscide.
così quando passi dalla strada vedi proprio una casetta molto bellina con le persiane verdi e i vasi di gerani sui davanzali.
e se dici che lì dentro ci abita un elefante, ti rispondono: boom!

non vengono sempre molto bene, le storie.
dipende anche dalle parole che trovi, per esempio con LAMPADINA e GIAPPONE probabilmente viene fuori una cretinata.
Se la storia non parte giusta ti passa la voglia di continuarla.
E poi devi avere un sacco di tempo da perdere per metterti a inventare una storia.
E poi le storie non servono a niente. solo a passare il tempo quando non c’è niente di meglio da fare.
A noi piace annoiarci perché la noia ti costringe a inventarti qualcosa da fare. Io e Clara abbiamo inventato un sacco di giochi. “Possiamo giocare al 31!” (li abbiamo numerati e li sappiamo a memoria)
(Il 31 è il gioco dei bambini ricchi. Facciamo finta che nostro padre era un ambasciatore e che vivevamo in una villa con giardino come quella che vediamo dalla finestra della sala, dall’altra parte della strada. Però con la piscina. I nostri orologi erano due radio ricetrasmittenti con le quali potevamo parlare tra di noi e con l’autista e il pilota del nostro elicottero privato.)
“Perché invece non giochiamo al 25?” Il 25 è quando io devo fare da schiavo a Clara.
Il 26 è quando lei è la mia schiava ma il 26 è una rottura di scatole perché Clara come schiava è un disastro. Non sa fare niente!
Una volta mi ero ferito un dito e lei ha detto:”Inventiamo un nuovo gioco: che io ero l’Infermiera e tu il malato! ” “Col cavolo!” figuriamoci che crudele torturatrice sarebbe stata come infermiera! “Piuttosto giochiamo al 26.” “Va bene.”
“Per prima cosa vammi a prendere un cerotto!” “Obbedisco!”
Se aspettavo lei moirivo dissanguato. Non è neanche capace di arrampicarsi fino al mobiletto delle medicine. Ho dovuto far tutto io.
Io, modestamente, come schiavo sono bravissimo. E lei ne approfitta. Un giorno mi ha chiesto: “Schiavo, sono stanca, aiutami a salire sul mio letto!” (Quello in alto del letto a castello) “Obbedisco!” Ho spinto per mezz’ora il suo sederone mentre lei non faceva il minimo sforzo.
Insomma…ci si diverte quando ci si annoia.
In due è più facile.
Qui son solo e ho solo il pallone. Posso palleggiare un po’.

6 sono un campione.

A calcio sono un campione. Mi piace, mi piace. Ne sono innamorato. quando indosso la maglietta e i pantaloncini della mia squadra e mi guardo allo specchio, quando prima della partita mi stendo sul letto come fanno i calciatori nello spogliatoio aspettando il massaggiatore.
Faccio una gran bella figura.
I miei fratelli rimangono impressionati!
E anche mio papà, che di calcio non ci capisce un fico secco, mi guarda con un’aria seria: “Cosa fai li impalato?” Il relax! “Ma non si fa mica così”
cosa ne sapete voi…
se ne vanno, lasciandomi al mio relax. Leo dice qualcosa e Clara ridacchia. Sì, prendetemi in giro! Vedrete che partitone… Caio tira e goool! Caio sono io.
Forse non sono un campione ma quando chiudo gli occhi e mi immagino con il pallone al piede… dribbling, finta, pallonetto, controllo di palla e gran botta d’esterno sinistro! Sì, perché io sono mancino!
Goool!
L’anno scorso all’oratorio hanno organizzato un torneo a eliminazione diretta. Bisognava iscriversi segnando il proprio nome su un tabellone. C’erano dieci squadre con i nomi di quelle vere: Arsenal, Benfica, Cheltic… Tutte squadre che c’erano anche sull’ album delle figurine. Io ho scelto il Benfica ed ero insieme a Sergio. Giosuè era con Nico nel Manchester. In palio c’erano gelati: ghiaccioli per i terzi classificati, cornetti per i secondi e Coppa Smeralda per i primi.
Ed eccomi, davanti allo specchio con la tenuta completa di scarpette con i tacchetti. E i calzettoni! Eccomi steso rigido sul letto a guardare fisso la rete del letto di sopra e aspettare che arrivino le due di mercoledì pomeriggio, giorno della fatidica prima partita…Passa mio fratello: “Ma se è solo lunedì!” Sono in ritiro!
È stato un torneo memorabile.
Noi del Benfica, alla prima partita, siamo andati ai rigori. Per primi hanno tirato i più forti ma eravamo sempre pari: 6 a 5, 6 a 6. 7 a 6, 7 a 7… Poi qualcuno del pubblico ha iniziato a gridare: “Fate tirare il piccolino!” (Il piccolino ero io). E ho tirato io. Fuori, sulla destra, di un metro. Abbiamo perso. Mi son saltati tutti addosso, anche Sergio, arrabbiati perché avevo sbagliato il tiro.
Ma se sono stati loro a farmelo tirare!
Il Manchester è arrivato, partita dopo partita, primo!
A Giosuè non piace la coppa smeralda così ha chiesto di avere il corrispondente in ghiaccioli: dieci ghiaccioli da mangiarsi quando voleva.

Diciamo la verità: a calcio sono una schiappa. Anche mio papà che di calcio non ci capisce un fico secco lo pensa (mi ha visto giocare un pomeriggio al Lido. Lui aveva la telecamera e io ero in tenuta regolamentare. C’erano due bambini più piccoli e io non mi sono impegnato. Sono finito a terra un paio di volte, praticamente non ho toccato palla)
Però mi piace, mi piace. Mi piace il mio pallone sul quale ho disegnato gli scudetti di tutte le squadre, mi piace l’odore dell’album delle figurine. Mi piace il campo da calcio dell’oratorio!
Il campo da calcio dell’oratorio è bellissimo. Piccolo, con il muro di cinta bianco ma un po’ sporco, con le porte di ferro dipinte di bianco ma un po’ scrostate, Non c’è l’erba ma terra polverosa e quindi un po’ bianca anche quella e in alto c’è il cielo che si dice che è grigio invece è bianco.
Io il campo da calcio me lo sogno. Voglio avere i soldi per comprare un pezzo di terreno e metterci un muro bianco e le porte per giocare a calcio quando vogliamo, senza fare turni e senza ragazzi grandi che ti fregano il pallone.

Palleggio palleggio tirando la palla col piede contro le porte automatiche.
Che da un bel po’ stanno serrate come le mascelle di un mostro di metallo.
Toton-toton-toton. Sbaglio. Mica facile! (lo spazio è pochissimo)
Provaci tu poi, per farlo più difficile, a suonare a ritmo il campanello dell’allarme!

Sto nella pancia di un mostro
Come un Pinocchio.
Senza nemmeno un papà Geppetto.

Non ne combino una giusta. Faccio tutto sbagliato. Tutti ormai lo sanno. Qualunque cosa succeda: “Chi è stato?” Sono stato io.
E sono stato io per davvero, molto spesso. Vuoi degli esempi?
Ti basta questo.
Insomma fidati, mi metto sempre nei guai.
Finisco sempre: io da una parte e gli altri dall’altra. Io in castigo.
A casa, quando sei in castigo, c’è lo sgabuzzino che quando sei dentro alla fine è una cosa bella.
A scuola invece, con la vecchia maestra, c’era “Faccia al muro” e, se era più grave, c’era “Faccia al muro nella classe affianco con il maestro Tosi”. Una volta ci siamo andati io e Giosuè, non mi ricordo per cosa. Ci hanno portati. Vergogna nera, dovere stare a faccia al muro davanti a quelli della B. Il maestro Tosi ama la Francia e ha chiesto a Giosuè (che, come ti ho già detto, è mezzo napoletano e mezzo francese) di raccontare del Paese Transalpino perché loro stavano studianto giust’appunto la Francia e Giosuè per tutta la durata del castigo ha conversato amabilmente con il Tosi di De Gaulle, di Pompidou, di Toulleries… E io? “Mi vergogno di te! Tuo fratello Leo era un ottimo allievo, lui! Faccia al muro”.

Sono diverso
Non di aspetto, anche se sono il più basso della mia classe, e se ho gli occhi che sembro un po’ cinese.
Un giorno, in cortile, uno che non conoscevo mi ha chiesto se ero figlio di un pigmeo e di una coreana.
Però ognuno è diverso dall’altro e io non mi lamento. Gio e Anna sono biondi con gli occhi azzurri, Leo nero con occhi verdi, Clara castano-chiaro con gli occhi marrone-chiaro. Io castano-scuro, occhi marrone-scuro.
Sono l’unico mancino che conosco.
C’è un fratello della nonna, zio Franzi, che è mancino. Anche lui è un tipo strambo: è sempre in giro per il mondo perché fa un mestiere strambo. Quando arriva è un evento: con i suoi baffoni e la sua vociona, racconta delle sue avventure: è stato anche in Venezuela! Fuma la pipa e porta un cappello come quello del nonno ma con una piuma. Non l’ho mai visto scrivere.
Alcuni dicono di essere mancini anche se scrivono con la destra. Perché li hanno costretti.
Oppure scrivono con la sinistra (e perciò sono mancini) ma a calcio sono più forti di destro e quindi in realtà sono mezzi mancini. Io sono tutto mancino. Pure l’occhio.
Non ne combino una giusta anche perché sono mancino: passo la mano sull’inchiostro quando scrivo e scrivo storto, e se non leggo bene è perché il mio occhio sinistro tende a leggere alla rovescia. (leggo 89 e dico 98).
Sono diverso? Quanti sono i più bassi della classe, che possono sembrare coreani e che sono mancini? E abitano più in alto di tutti e hanno quattro fratelli? Ce ne sono, forse. Ma quanti si chiamano Mario e quanti invece si chiamano Caio?! …

A un nostro compagno di classe è morto il papà.

Solo a lui.
È figlio unico. Lui è rimasto solo davvero. Siamo amici, ci vediamo all’oratorio poi lo accompagno spesso a casa con la bici, in due sulla mia. A casa sua c’è sua nonna che quando lui entra lei piange.
In classe fa le facce. Un po’ fa il pagliaccio, un po’ sono smorfie che fa con i muscoli.
Ogni tanto fa una faccia…che invece viene da dentro, direi dal profondo, e si vede subito perché è di dolore.

Quando lui entra in casa la nonna piange e a lui viene quella faccia.
Che mi fa piangere perché non piange. Impossibile non piangere! E di fatto quella faccia in quattro secondi piange più lacrime di quelle che io piango in cinque minuti.
I prossimi cinque minuti.
Fine della prima parte.

7 l’avventura spaziale

E vai! Le lacrime lavano tutto. La seconda parte della storia è facile.
Quando ti rendi conto che sei molto più fortunato di altri. E che i tuoi guai sono piccola cosa, piccole storie, esperienze.

L’ascensore visto da accasciato è più interessante. Se sei in piedi sei in un ascensore.
Se sei sdraiato con la schiena sul pavimento, con le gambe sollevate contro le porte e la testa appoggiata sulla parete opposta, allora vedi l’ascensore da un altro punto di vista e il muro diventa soffitto e le porte sono il pavimento e il soffitto è il muso di una navicella spaziale che sale dritta verso le stelle.
“Maggiore Otis, ci stiamo avvicinando all’obiettivo!”
“Grazie di avermelo detto Capitano Schindler ma tanto lo sapevo già perché io sono sia il Maggiore che il Capitano.”
Meglio se faccio il navigatore solitario degli spazi: il Comandante Fiam.

Questa è l’avventura del Comandante Fiam che viaggiava nello Spazio.
Aveva fatto già tre volte il tour della Galassia e non era ancora sazio.
Voleva andare incontro agli Extraterrestri (che da qualche parte devono pure stare).
Aveva un biglietto di una Bambina e a loro lo voleva consegnare.
“Se vedi un Marziano digli di venire da me. Perché non ho nessuno che mi cura
E di notte viene l’uomo nero e io ho paura.

Il Comandante Fiam non ne combina una giusta ma a furia di sbagliare ha imparato un sacco di cose che servono a tirarsi fuori dai guai.
E ha imparato a trasformare ogni cosa in un’esperienza positiva.
Anch’io.
In questo ascensore, per esempio, penso, immagino,
Gioco all’astronauta nella cabina spaziale,
Ammazzo il tempo,
Racconto storie che non ci sono nel libro di Storia
che ci ha raccontato il maestro Corrado, (è il nostro nuovo maestro. Non ti ho ancora parlato di lui? Lo farò)
ripasso matematica,
mi invento geografia.
Geografia si può inventare
basta saper disegnare le mappe
Puoi fare mappe di tutto quello che vuoi,
Di posti che prima in geografia non c’erano
E adesso sì.
Sai decifrare una mappa?
Sai leggere i segni?
Mio nonno sa leggere la mano e dirti a che età morirai. Tre o quattro anni fa il nonno ha detto a tutti noi cuginetti a che età saremmo morti: a chi diceva novantacinque anni, a chi ottantanove o centotré…a me non l’ha detto di preciso. Ha detto solo che finirà con un due, tipo: 72, 82, 92. Io penso che potrebbero essere 42. Se morissi vecchio il nonno lo avrebbe detto anche a me, il numero completo. Penso che morirò presto perché il nonno non me lo voleva dire e anche perché “se si va avanti di questo passo con l’inquinamento tra una trentina di anni non ci sarà più acqua potabile per tutti.” L’han detto al telegiornale qualche tempo fa. E io, tra una trentina d’anni, ne avrò quasi 42. Fino allora sto tranquillo. Non devo temere niente, per questo non ho paura neanche di essere chiuso qui. Per questo non sono neanche superstizioso.
Posso fare il comandante Fiam fino a quarantadue anni senza temere di morire.
“Navicella spaziale chiama terra, rispondete!”
Niente, sperduto nel cosmo!

Dal diario di bordo della navicella spaziale enterprevinf (ente nazionale prevenzione infortuni. È la terza targhetta di metallo affissa nella cabina).
“472° giorno di navigazione. Il sistema orbitale di Vega mi sta calamitando già da alcuni giorni. Le mappe indicano pianeti enormi. Il più grande è Sigma -1 sul quale conto di precipitare tra tre settimane, ma la forza di gravità sembra essere molto maggiore di quella che avevo previsto e potrei arrivare molto prima e molto più bruscamente. Ho molto lavoro da sbrigare e non so perché perdo tempo a scrivere questo diario. Sembra strano ma è così: anche sperduto nello spazio non bastano ventiquattr’ore al giorno per fare tutto quello che occorre a un uomo per fare il suo lavoro.
Sono il comandante di una molecola di mondo è ho il dovere di conservarla perché è del mondo. Devo provvedere al buon funzionamento delle apparecchiature ma devo anche procurarmi da mangiare. Coltivo vegetali geneticamente mutati che si riproducono a gran velocità. Con quelli riesco a farmi minestroni, insalate, e qualcosa che assomiglia a un pane. C’è anche una pianta che fa grappoli d’uva con chicchi grossi come mele, di colore marrone come le pere e che sanno di prugna. E con quell’uva mi faccio il vino. Che sa di schifo però è verde.
Naturalmente ho ancora una bottiglia di vero vino della terra che stapperò solo quando avrò raggiunto lo scopo della mia missione.
La mia è una missione segreta.
Non la posso rivelare. A nessuno.
Tu sai mantenere un segreto?
Anch’io.
Una cosa però te la posso dire: era l’ultima cosa che mi aspettavo di fare da grande.

Io da grande volevo fare il bigliettaio o lo scalatore o il falegname.
Oppure l’artista del circo, il clown, ma mio papà mi ha detto che posso fare tutto quello che voglio nella vita, tranne questo, perché per fare il circo bisogna essere figli di circensi. E mio papà non è un circense.
I miei compagni mi prendono in giro, loro vogliono fare il Dottore, l’Ingegnere, il Poliziotto, il Maestro, il Calciatore…
Prendono in giro me. Se sapessero quello che vuole fare da grande mio fratello gio!
Lui è per l’eleganza e l’autorevolezza e diventerà una persona importante. Vuole fare il vecchio sindaco o la dottoressa Prebil (che è la nostra pediatra ma sembra un uomo perché ha i capelli corti. Non so se Gio è stato sedotto dall’aspetto austero ma gentile, dal fascino del ricettario o da quel cognome che sembra un medicinale). Ma dico io!
A me dell’autorità non importa nulla, se voglio fare il bigliettaio è per i bigliettini da strappare, le matrici da conservare, la seggiolina con il banchetto, il berretto.
Lo scalatore è un sogno che vuol dire anche avventuriero, uomo selvaggio, eremita e lo realizzo tutte le estati quando vado in montagna o al mare.
E falegname perché il falegname che viene a casa nostra ad aggiustare le porte o a montarci i mobili ha un buon odore di resina e di colla. La sua bottega è dietro casa: un portoncino marrone aperto su tre gradini che scendono, una porta a vetro poi altri gradini. Lo spazio è stipato di tavole di legno, mobili già incerati, attrezzi da lavoro, bancali. Lui mi vede e smette di lavorare. È di poche parole e aspetta sempre che sia io a parlare.
“Buongiorno”. “‘Giorno”.
“La mamma dice se viene per la tapparella…” “Bene…”
China la testa imbiancata dal sottile e morbido strato di polvere di legno e si rimette a lavorare. Quando si presenta a casa nostra si è ripulito la faccia ma gli rimane sempre un pezzo di collo o di orecchio infarinato. Lui mi tratta alla pari. Se gli domando mi mostra e se gli serve mi chiede. Gli passo le cose, lo aiuto a tenere fermo, guardo e imparo. Mi piace.
Bigliettaio, scalatore, falegname e clown.
Il Circo mi piace dal primo momento che ne ho visto uno vero. Con la scuola: il Circo di Berlino. Era enorme. Noi eravamo seduti sull’ultima gradinata in alto proprio sotto il telo del tendone e sotto le nostre panche c’era il vuoto. (Ero riuscito a sedermi vicino a Micaela. Che era seduta vicino a Giosuè). È stato incantevole…
Le panche rosse e traballanti e il telo blu con le stelle gialle e da lassù vedere il cerchio di bambini stringersi attorno al disco dorato di segatura.
Magico anello, giro di pista, sempre in giro.
Con i suoi lustrini, le lampadine colorate, l’odore di pop-corn, il caldo odore delle tigri e del sangue nel naso in un salto mortale. Odore di ruggine nei secchi dell’acqua per gli elefanti, odore di brillantina, di strada. Ancora il naso, ancora le gambe. Andare.
Carrozzoni! Scatole magiche. Pacchi di Natale infiocchettati per bambini poveri che non smettono mai di stupirsi della stessa magia, della stessa musica suonata per loro ogni sera un poco più arrugginita.

8 il comandante

“Comandante Fiam chiama Terra! Ho aperto i Paracadute e le Vele per contrastare la Forza-di-gravità di S-1. Il pianeta è ancora lontanissimo, piccolo, nel mio oblò, come una mosca sul televisore di casa nostra: protagonista del programma del unico canale sempre uguale, in bianco e nero.
Ho ancora ventitré giorni prima dell’impatto. Inutile cercare ancora di far partire i motori. Sono inesorabilmente inutili se non c’è più energia per farli funzionare. Propellente? esaurito! All è stato chiaro. All è il computer di bordo. È un pulsante giallo da premere solo in caso di necessità. Ogni abuso verrà punito.
All è stato attivato quarantacinque giorni fa quando abbiamo abbiamo avuto problemi.
Grossi problemi.”
Riepilogo:
“Sono partito per raggiungere +14 ai confini della galassia
là dovevo compiere studi topsecret: l’annullamento del tempo nello spazio intergalattico e l’individuazione della Porta Spazio-temporale.
Per arrivare alla meta avrei dovuto impiegare 658 giorni ma una volta giunto alla Porta sarei rientrato alla base con un salto all’indietro fino quasi al momento della partenza: un’ora dopo. Cioè avrei compiuto questo lunghissimo viaggio di 658 giorni in un’ora sola.
Tutto procedeva per il meglio, All, il computer, comandava i propulsori e io avevo il controllo della rotta.
Arrivati a +13 c’è stato un incidente:
e l’ascensore (così io chiamo confidenzialmente la navicella spaziale) si è disattivato e non è più stato in grado di essere governato.
Ed eccomi perso, sparato nel vuoto cosmico.

S-1 mi sta attirando a una velocità iperbolica, esponenziale. Per ora sono solo all’inizio della curva e posso ancora manovrare con vele e timoni cercando di sfruttare i venti gravitazionali di satelliti di passaggio e sto all’erta per cercare di pescare con le reti nubi di asteroidi che sfrecciano tangenti all’orbita.
Non c’è giorno, solo notte. Ventiquattr’ore su ventiquattro. Io dormo due ore alla volta per non perdere di vista troppo a lungo l’orizzonte (che non c’è nemmeno quello) perché chi dorme non piglia pesci. ”

“475° giorno di navigazione. S-1 è ora una palla da golf lucida e grigia come un boccino di ferro. Io sto all’oblò come un nocchiero sulla coffa a scrutare questo mare nero. Una tazza di caffè nella notte. Devo stare sveglio. Se chiudo gli occhi sogno New York City by night: le luci dei grattacieli, precise e ordinate, dritte e alte colonne; le strade: mezze bianche di automobili che vengono e mezze rosse di automobili che vanno; le insegne colorate che disegnano forme di enormi ragazze luminose. Stelle.
Anche ogni finestra è una stella.
(Quando uno è da solo nel vuoto cosmico non può che sognare il posto più affollato dell’universo. Vorrebbe essere una mosca in un cielo di luci calde, accoglienti. Galleggiare sopra onde sonore: rumore di traffico, musica da radioline e discoteche. Posarsi a rifornirsi sul davanzale ai bordi del sistema solare della stella al quarantatreesimo piano dell’Empire State’s Building e poi andare a riposare su una lampadina rossa proprio sul sorriso dell’insegna pubblicitaria, costellazione di Cassiopea.
Devo stare sveglio. E scrutare il buio.
Buio come se a New York City ci fosse il black-out. Tutto spento, tutto chiuso. Neanche un bar della stazione. Sai che allegria!
Come se il Detective Marlowe, un famoso personaggio di libri polizieschi, in giro per la città non trovasse in funzione neanche una distributrice automatica di sigarette.
Sono il comandante Fiam e scruto nella notte
Ho visto qualcosa.
Corr a controllar il monitor del radar. Laser.
Segnale nitido: è una cometa!
Evviva! Cosa griderebbe un baleniere che, dopo giorni di inutile attesa avvistasse finalmente una balena bianca soffiare sul pelo dell’acqua? Evviva? Urca!
Non c’è dubbio: è una cometa di ghiaccio bianca come la Balena Bianca da arpionare come l’arpiona un arponiere.
Regolo i timoni e le vele per avvicinarmi alla rotta di quell’unico appiglio. “Datemi un punto d’appiglio e ritornerò al mondo!”
Il cavo dell’arpione (la sagola) è in fibra di carbonio: sottilissimo e resistentissimo. È lungo qualche centinaio di chilometri e sta avvolto a un mulinello (un verricello) grande come un pallone da rugby.
All fa i calcoli: velocità e direzione del bersaglio e tutto il resto. Io punto il cannone e attendo il momento X.
Non posso sbagliare.
Meno tre, due, uno… fuoco!
L’arpione è partito. “Attendere prego”

Ora descrivo l’aspetto del Comandante.
La mia vecchia maestra, quando ci dava un tema, diceva sempre: “Descrivi!”. passava tra i banchi e tra i fogli bianchi e gridava:”Descrivi!” e io ho imparato a infarcire di aggettivi i rami d’autunno, le vetrine di Natale, i campi a primavera, le vacanze al mare. Chili di aggettivi per ogni stagione.
Tema: il Comandante Fiam.
Descrizione dell’aspetto fisico: era un uomo giovane, sui trent’anni, vigoroso ma non possente, anzi snello. Dal colletto rigido e immaccolato della sua tuta spaziale spuntava una testa bruna e capelluta, con lunghe ciocche di capelli ondulati e scarmigliati fluttuanti davanti ai suoi occhi. E che occhi! Lunghi, scuri, profondi, scrutavano lontano sempre oltre le pareti, oltre le persone, le cose o gli animali che guardava: lui ti guardava ma vedeva oltre. Uno sguardo perso.
Il comandante fiam non si pettinava e non si radeva da 274 giorni ma la sua barba rimeneva rada. Il suo volto si stagliava netto sulla tuta bianca e sulle pareti bianche dell’astronave come l’effige di Che Guevara sul manifesto di mia sorella Anna.

Io i capelli ce li ho lisci e corti. Papà o la mamma mi mandano giù dal parrucchiere, quello del settimo piano, inesorabilmente prima che i capelli arrivino a sfiorare le orecchie o le sopracciglie o il colletto della camicia. Questa è la regola!

(Il maestro Corrado è pelato e non ama gli aggettivi. Preferisce gli avverbi.)

Da Ezio il Parrucchiere
Parrucchiere: termine quantomeno sospetto. Sostantivo maschile singolare che sembra un femminile plurale.
La carta – il cartolaio; il pane – il panettiere; le calzature – il calzolaio…
ma le parrucche – il parrucchiere forse solo ai tempi del Re Sole!
La barba – il barbiere. Nel mio caso non funziona. Neppure coiffeur , tuttalpiù acconciature per uomo.
Ma no, non c’è una parola per descrivere quello che Ezio il parrucchiere mi fa quando vado a tagliarmi i capelli.

Dleenng (campanello della porta), vampata di profumo puzzolente e Lui, riflesso nei tre specchi, sui tre lati del suo regno: sorriso tre volte stampato, due denti d’oro per parte sotto a baffetti neri perfettamente spuntati. Sorvolo il naso e gli occhi a fessura e mi fermo sulla fronte, dalla quale parte, come un faraglione in mezzo al mare, anzi come un’onda anomala, un cavallone nell’ istante di abbattersi sulla spiaggia, anzi come un ciuffo di panna montata su un bignè, anzi come un ricciolo di burro di quelli degli hotel, insomma: parte una chioma scolpita nella brillantina, sempre perfetta, naturalmente, che sale dritta per una spanna e si tuffa verso il centro del cranio, scendendo in piccole onde parallele, coprendo ampi spazi vuoti, girando dietro le orecchie e arricciandosi per l’ultima volta sul cervelletto . Non un pelo fuori posto, non una piega scomposta. Tutte immobili e rigide le sue pieghe, quelle dei capelli, delle rughe sulla fronte, del sorriso sopra ai denti, del colletto inamidato della camicia, della cravatta, della giacca e delle sue tasche dalle quali escono e rientrano velocissimamente pettini, forbici, rasoi, pennelli, boccette e quant’altro ancora.

Lui, Ezio, il parrucchiere, potrebbe essere il perfetto interprete del Cattivo nella storia del Comandante Fiam.

Dleenng, sorriso, “il solito?”
avrei voluto dire no, dicevo sì
e il solito era:
1° preparazione. Coprire gli abiti con una mantellina arrotolata e legata al collo, sigillata con strisce di bambagia negli interstizi e stretta definitivamente con un’ ulteriore mantellina di plastica impermeabile. Una volta isolata la testa dal resto del corpo si procede con la seconda fase.
2° lavaggio capelli. Doppia passata, lungo risciacquo. Pettinatura.
A questo punto guardo per l’ultima volta i miei capelli (che con santa pazienza erano arrivati quasi alle sopracciglia) pettinati all’indietro e pronti per essere immolati. Addio!
3° taglio Ezio inizia sempre con la peggiore delle torture: la macchinetta. Mi china la testa e parte con la sfumatura alta su nuca e tempie. Ciocche di capelli lucidi e profumati rotolano sulla mantellina e si accumulano a fianco della poltrona.
Li guardo cadere poi la testa mi viene raddrizzata e inizia lo spettacolo dello sforbiciamento. Lesto come un giocoliere, cambiando magicamente pettini e tipi di forbici, Ezio fa svolazzare capelli di qua e di là spostandomi la testa da un lato e dall’altro. Quando le sue dita gentili ma decise inclinano la testa in una determinata posizione non puoi più muoverti. Solo gli occhi possono cercare di sbirciare lo specchio per verificare l’andamento del lavoro e (con grande abilità) puoi persino controllare aldilà della vetrina se, per caso disgraziato, passasse qualcuno che conosco. (Essere beccato in una tale situazione è un’onta insopportabile.)
Ultimi colpi di forbici con l’ultimo paio di forbici, quelle più appuntite con le quali rifila i capelletti sopra le orecchie: zac zac, tagliuzza via, zac zac… infilzato. Mi infilza sempre.
È l’ultimo tocco. Poi tocca all’asciugacapelli e alla spazzola per la piega.
4° via la mantellina impermeabile (posso tornare a respirare), via i capelli dalle spalle, poi (con il pennellone) via anche i capelli dal collo e dalla faccia (dalla bocca e dal naso. Giusto mentre riprendo fiato). Mi toglie la mantellina di plastica per sostituirla con una di spugna, quindi con schiuma da barba e rasoio ben affilato sulla striscia di cuoio, rade i capelli della nuca e rifinisce le basette.
(E qui mi gaso un po’. Questa è l’unica cosa positiva: mi fa sentire grande)
Spruzzatina di profumo puzzolente, ultima passata di pennellone con borotalco, via la bambagia e la mantellina di cotone e… voilà!

Ammirare l’opera d’arte!
Mi vedo. Riflesso nel grande specchio centrale, seduto sulla poltrona troppo grande per me (sono stati aggiunti appositamente dei cuscini). Ezio, il parrucchiere, sorride alle mie spalle con i suoi quattro denti d’oro e lo specchio ovale tra le mani. Mostra soddisfatto la ranzata posteriore.
La ranzata anteriore la posso vedere da me: la mia testa spunta dalle spalle rimpicciolita, faccio una smorfia per vedere se è proprio la mia. Mi ha fatto ancora la riga di lato, costringendo a forza di spazzola la cortissima frangetta a stare sottomessa, piegata verso destra.
A terra i capelli giacciono in attesa della scopa.
L’espressione sulla mia faccia è uguale a quella dei capelli per terra.
Smonto dal patibolo (pardon, dalla poltrona) e mi lascio aiutare a infilare il cappotto.
Quando sono sulla porta (dleenng) io dico sempre: “Grazie, poi passa la mamma….” e lui dice, sempre: “Se non dovessero andare bene torna giù che li accorciamo ancora!”
Esco e l’aria fredda sul collo spennato di fresco mi brucia un po’.
A casa la mamma mi spoglia dalla cintola in su e sciacqua via il profumo e gli ultimi ritagli di capelli, poi mi scompiglia la piega e dice: “va bene!”

Sarà. Ma a me sembra di avere la faccia da scemo.
Ho la faccia da scemo.
Da grande mi farò crescere i capelli e la barba e mi vestirò come voglio io. Niente cappellini con la visiera, cappotti con il colletto di velluto, pantaloni corti e scarpe scamosciate.
Fino a oggi non ci avevo mai pensato, mi andava bene qualunque cosa mi mettessero, ma da oggi cambio.
Da oggi decido io.
Se devo avere la faccia da scemo allora sarà come la voglio io.
Fammi solo uscire da questo ascensore.

9 il ritorno

Il Comandante aveva un solo modo di uscire da quella situazione incresciosa: arpionare la cometa e farsi trainare fuori dall’orbita gravitazionale di S-1 . il colpo era partito e non rimaneva che attendere.
Bevve l’ultimo sorso dalla tazza di caffè e si concentrò sul verricello che avrebbe dovuto manovrare non appena l’arpione si fosse piantato nella superficie ghiacciata della cometa. Bisognava far filare ancora la sagola per non subire il contraccolpo, poi a poco a poco avrebbe dovuto recuperare il filo come un pescatore di alto mare quando ha all’amo un pesce spada.
Quando era piccolo era andato molte volte a pesca con suo padre.
E una volta avevano persino preso un pesce. Piccolo. Poi non erano stati capaci di staccarlo dall’amo e avevano dovuto portarlo alle cucine dell’albergo Miramare con amo, lenza, canna e tutto il resto per farlo cucinare. (Quando il pesce arrivò in tavola, sembrava ancora più piccolo, nell’enorme piatto di portata. O forse una volta cotto si era rimpicciolito e faceva un po’ ridere).
Ma ora doveva vedersela con una cometa. Piccola per essere una cometa ma pur sempre una ben grossa preda.
All il computer di bordo diede il via al conto alla rovescia: meno dieci…
nove secondi prima di sapere se l’arpione avrebbe centrato la cometa, il Comandante ebbe un pensiero strano.
Non aveva mai imparato a concentrarsi, cioè non aveva costanza, cioè si concentrava solo per pochissimo tempo. Soprattutto quando doveva studiare.
Ma anche quando leggeva i fumetti, spesso, dopo le prime pagine, gli occhi andavano avanti mentre il cervello partiva per altrove, prendeva spunto da qualsiasi cosa per vagare altrove. Ogni cosa era interessante e lui si perdeva a pensarci su.
“Il bambino non si applica!” La vecchia maestra si lamentava sovente. Sovente: aggettivo o avverbio…? il maestro Corrado non li chiamava bambini ma ragazzi e sorrideva quando lo beccava con il cervello tre metri sopra gli occhi. Sembrava sapere cosa pensasse. come se anche lui da ragazzo…
“Intelligenza è fare fruttare le proprie qualità e tutti ne hanno almeno una da far fruttare”

Nove secondi prima di sapere se l’arpione l’avrebbe salvato dallo schianto, Fiam ebbe un pensiero strano.
“Quanti pensieri ci stanno in nove secondi?”

Meno otto… sette
il Comandante tornò a concentrarsi sulla sagola che si svolgeva precipitevolissimevolmente.
Quando si fosse tesa avrebbe dovuto iniziare a mollare frenando, frenando poco a poco, ma avrebbe dovuto rallentare fino a fermarsi e ripartire dietro la cometa prima che la sagola arrivasse all’estremità legata al verricello. Se no lo strappo sarebbe stato fatale per l’astronave o per il verricello o per la sagola.
All contava alla rovescia il tempo della speranza.
Dopo di allora tutto sarebbe andato bene.
Oppure tutto sarebbe andato male.
Questo fu l’ultimo pensiero prima del momento zero.
E non successe nulla. Solo All disse: “mancato”
Mancato? Mancato!
Ma come mancato! Mancato. L’arpione fila silenzioso e dritto come uno stupido, verso il nulla. Dritto e veloce come uno che fa il suo dovere.. la sagola si srotola fino a tendersi e l’arpione si blocca all’improvviso con gli occhi e la bocca spalancati dallo stupore! Mah?! E sì, abbiamo ciccato il bersaglio!
Il tempo della speranza è finito, ora inizia quello della fine.
La mia storia sbaracca, si chiude.

Ventitré giorni all’impatto. Quanti pensieri ci stanno in ventitré giorni?
Un unico solo pensiero con mille rivoli secondari.

Mi chiamo Caio e sono chiuso nell’ascensore di servizio da non so quanto tempo. È il 17 giugno e io non mi schianterò nel Sotterraneo (-1).
Comunque quando uscirò sarò cambiato. Ogni esperienza ti cambia e io in questa ho imparato un sacco di cose. Poi te le dico.

In tasca non ho niente.
Con le dita non ho niente da fare
con gli occhi non ho nient’altro da leggere che la solita targhetta con su scritto: L’uso dell’ascensore è vietato ai minori di anni 12 non accompagnati. (Ci manca solo che mi arrestino.)
posso cantare!
A casa mia si canta spesso. È un sistema di comunicazione.
Se sei in bagno per esempio, segnala il fatto che la stai facendo lunga. Se fischi, invece, significa che la fai breve.
Io in bagno canto: “Iullaì,iullaà”, un canto scout. A volte una canzone sola non basta allora canto :”Summertime”, una vecchia canzone americana che il mio papà ci cantava sempre per farci addormentare.
Io odio aspettare. Per questo mentre aspetto faccio sempre qualcosa d’altro: cantare. O pregare. Per esempio, canto l’Ave Maria sulla musica di Summertime. Ho scoperto che ci sta benissimo: “Summertime and the live is easy…Ave Maria piena di grazia..”
pregare cantando è meglio che pregare e basta. Io non riesco ad arrivare mai alla fine di una preghiera se non la canto.
Ora canto.
Peccato che non puoi sentirmi!

“Nessuno può sentirmi?” Solo, nell’infinito.
Solo le proprie orecchie ad ascoltare la propria voce.
La navicella spaziale si avvicinava sempre più velocemente al metallico corpo celeste quando all’improvviso gli si parò davanti una squadriglia di astronavi che si identificarono subito come quelle di Eziokan, anzi, Ezius.
Ezius era il capo di un potente sistema solare, il più cattivo di tutte le galassie.
“Cercavi aiuto?” disse sorridendo. Un dente d’oro brillò alle stelle.
Accanto a lui sulla nave ammiraglia stava il suo luogotenente: una vecchia signora con un grembiule nero che subito inizia a gridare: “Faccia al muro! Mani in alto! Parola d’ordine?” io non so la parola d’ordine. “Arrestatelo. Ora pagherai per tutto quello che hai fatto!”
La navicella del comandante fu agganciata e trainata nel covo dei pirati dello spazio: un buco nero lì vicino.

A questo punto, come insegna Rodari, ci vorrebbe un elemento spaesante, qualcosa per concludere la storia con un bel colpo di scena…
Ci penserò dopo.
Di sicuro c’è solo che la storia finisce che il comandante sconfigge i nemici, gli ruba la benzina e trova la Porta per il Ritorno.

Sono gasatissimo.
Con i piedi all’aria e le spalle a terra sparo il pallone dal basso verso l’alto contro le pareti come a carambola, come fosse una specie di joy stick. (Più sponde fai più nemici ammazzi).
ma ormai è fatta: i nemici son battuti tra poco sarò a casa. La gloriosa navicella spaziale atterrerà docile come in un film al rallentatore e, tra il tripudio della folla, il portello si aprirà e il nostro uomo apparirà nella sua tuta scintillante, acclamato come un eroe.

Yurj Gagarin, sono sicuro, quando è atterrato, era bello e pettinato. Aveva avuto di certo il tempo e il vezzo di guardarsi un’ultima volta nello specchietto di bordo.
Io no.

10 a casa
Tutto d’un tratto:
sento, una scintilla che scocca, un contatto che scatta, gli argani che innestano, la puleggia che cigola, le funi che si tendono, i binari che stridono e…
L’ascensore che parte!
Riparte proprio come se niente fosse. Come l’ho sentito fare centinaia di volte. Ogni volta che un ascensore parte è un nuovo viaggio, e come se nascesse ogni volta. E ora riparte
Dai, Bellissimo! Proprio come nella storia del Capitano!
sono un eroe e tra poco sarò all’aria aperta.
All’aria profumata di tigli di un tardo pomeriggio di fine primavera.

Mi viene in mente tutto quello che avevo in mente nel punto in qui ero rimasto:
pallone sottobraccio tornato dall’oratorio pensavo al rubinetto sotto il quale avrei ficcato la bocca per far riempire la guancia destra di acqua fresca (sono mancino e bevo aggrappato al rubinetto con la sinistra), al panino al formaggio che avrei preparato in cucina prima di addentarlo stravaccato sulla poltrona davanti alla tele. Non prima di aver fatto una liberatoria scappata in bagno.
Mi ero dimenticato che dovevo fare pipì. Quanto tempo è passato? Quanto tempo l’ho trattenuta?
Quasi il massimo.
Approposito,
l’ascensore scende perché qualcuno l’ha chiamato.
Approposito,
chissà da quanto tempo era tornato a funzionare? E io quando ho provato a farlo ripartire l’ultima volta?
Magari sarei potuto essere a casa già da mezz’ora!
L’ascensore sta scendendo. 12, 11, 10… Dove si fermerà? Chi salirà?
È uno che conosco o non l’ho mai visto prima? E se lo conosco che tipo è? E se non lo conosco che tipo sarà?
Sarà come quello del quinto? Il sig. Von Hunken! Von Hunken-Telefunken lo prendiamo in giro.
Non lo si vede quasi mai. Lui fa le scale. sia quando scende che quando sale. È un tipo sportivo. Vecchio ma sportivo.
Il signor Von Hunken è il tipo più misterioso del condominio.
Nico ha detto che suo padre ha detto che Von Hunken era un “Gerarca”.
Per questo sta sempre chiuso in casa!
Un giorno io ci sono stato, a casa sua. Stavo raccogliendo fondi per una marcia benefica e suonavo alle porte di tutti gli inquilini. Avevo evitato solo quelli del piano di sotto, perché proprio il giorno prima avevano telefonato arrabbiati per il troppo rumore che facevo giocando a Basket. E la signora Chiodi, che evito sempre.
“Vai anche da Telefunken?” mi aveva chiesto Clara “Certo che sì!” “Vacci!” ha detto ma lei non avrebbe mai avuto il coraggio di andarci.
Ma, come me, era curiosa di sapere com’era casa sua.

I Pianerottoli
Noi (Giosuè, Clara, Federico, Nico e io) siamo stati dappertutto nelle parti comuni e accessibili del condominio. Un giorno siamo partiti dalla terrazza e siamo scesi per le scale fermandoci ad ogni pianerottolo. I pianerottoli sono separati dalle scale (e dall’ascensore di servizio) da un corridoio e da una porta a vetri. Motivo per cui nessuno ha motivo di trovarsi in un pianerottolo di un altro se non lo sta andando a trovare. Insomma se ci avessero trovato a curiosare nei pianerottoli altrui avrebbero pensato male.
I pianerottoli sono tutti uguali. Ma ognuno ha un odore particolare o una pianta o un portaombrelli. Così ognuno è diverso.
Noi giochiamo a immaginare come sono gli appartamenti che si affacciava ai pianerottoli a seconda del tipo di portaombrelli o della targhetta col nome o dello zerbino.
Il proprio pianerottolo è sempre il più bello, il più familiare. Io, nel mio, ci ho passato le ore. Chiuso fuori casa.
Il pianerottolo di casa tua è un po’ casa tua: ci vai in ciabatte.
Il pianerottolo di Von Hunken è buio.
……
Ho suonato alla sua porta. Già il suono del suo campanello era diverso da tutti gli altri, o così mi sembrava. Suonava lontano ma distinto, deciso ma gentile. Però suonava sospetto.
Mi ha aperto lui, in una elegante vestaglia rossa e la pipa in bocca.
“Sto raccogliendo fondi per ManiTese. Facciamo una marcia benefica e chiediamo un contributo per ogni chilometro che faremo. Vuole contribuire?”
La domanda era sempre la stessa. Di solito mi guardavano un po’ allibiti poi andavano di là e tornavano con il portafogli. Mi davano qualche cosa e mi salutavano senza aver bene capito cosa avevano fatto. Il sig. Von Hunken, invece, mi ha fatto accomodare in salotto. Casa sua sembrava tutta di velluto rosso, come la sua vestaglia; antica e raffinata, come lui; profumata di tabacco.
“Non ho capito bene…” ha detto.
In parrocchia c’è un gruppo che si occupa di volontariato. Facciamo tante cose: raccolta della carta e di indumenti, banchetti per la vendita di torte, le solite cose. La cosa più bella che abbiamo fatto è stata questa Marcia Internazionale per la Pace. A Firenze. Siamo stati via tre giorni. Uno di marcia: quindici chilometri e per ogni chilometro chiedevamo un contributo. Ho spiegato ogni cosa e Von Hunken mi sembrava entusiasta. Mi ha dato tutti i soldi che mancavano per completare la mia tabella e mi ha offerto anche dei pasticcini che però ho rifiutato. Non mi piacciono i pasticcini.

il sig.Von Hunken quando ti incontra solleva le sopracciglia e china la testa bianca in un saluto silenzioso. Poi aggiunge: “buongiorno” o “buonasera”, a seconda dei casi.
Da quel giorno a me dice “ciao” e sorride.
In ascensore quando si scende si dice “buongiorno” e quando si sale si dice “buonasera”. Oppure “buonappetito”, se è mezzogiorno. Quando uno dice “buongiorno” l’altro risponde “buongiono” ma quando uno dice “buonappetito” l’altro risponde “grazie altrettanto”.
la signora Borghini quando ti incontra ti fa un buffetto sulla guancia: ti strizza la guancia e mentre te la scuote dice: “Ma che bell’ometto! Ma come ci facciamo grandi!”
La signora del terzo piano, una che va sempre a piedi, invece, quando mi incontra con Clara dice sempre: ” Ma che belle bambine!”
Il marito della signora Chiodi lo incontriamo sempre sabato mezzogiorno, quando torniamo da scuola e tutte le volte dice: “Maccome? Andate a scuola anche di sabato? Come i lavoratori!”

Io cerco sempre di viaggiare da solo.
Quando si sale c’è quasi sempre qualcuno che già aspetta l’ascensore. Ma se non c’è nessuno sei sicuro di fare il viaggio da solo: l’ascensore non si ferma ai piani intermedi quando sale. Quando scende invece può fermarsi dovunque.
Quando scendo aspetto a schiacciare il Terreno. Se parte lo stesso è perché qualcuno l’ha chiamato: o da terra o da un piano. E se non voglio incontrare nessuno posso fermarmi a un piano e scendere a piedi o con l’altro ascensore.
(Per esempio: parte senza che ho schiacciato, penso: lo chiamano dal 5°. Allora schiaccio 6. E vado a piedi. Se invece chiamavano dall’ 8° chi saliva in ascensore vedeva il tasto del 6 schiacciato e io dovevo scendere al 6 per non sembrare stupido (“cosa fai, schiacci 6 se devi andare a terreno?”) oppure puoi provare a saltare e cancellare la prenotazione del 6.)
non so perché preferisco viaggiare da solo in ascensore.
Probabilmente anche quando andrò in Africa lo farò da solo. Prenderò l’ascensore e scenderò a perpendicolo per il grattacielo, scenderò in metropolitana, scenderò alla Stazione, prenderò un treno e scenderò per l’Italia e andrò sempre più giù, dritto per il mio meridiano.
In fondo, nel profondo, nel cuore del mondo. In Africa.

Per me l’Africa è una vecchia cartolina della Domenica del Corriere conservata da mio nonno: guerrieri Eritrei, facce nere su sabbia rossa. La guardo ed è come se sentissi da lontano ruggire i leoni. Mi immagino con i piedi affondati nella sabbia rossa alla quale stanno attaccati milioni di piedi neri. Uomini vestiti di stoffe colorate e di piume che danzano con le lance in mano. Se andrò in Africa è per vedere se è proprio così rossa la terra.

Tra Nord e Sud preferisco il Sud.
tra il caldo e il freddo: il caldo. Tra pari o dispari: dispari. Tra destra e sinistra: sinistra tra ovest e est: l’est.
Tra alto e profondo preferisco il profondo.

Cioè: tra la cima di una montagna e l’abisso del mare preferisco il mare e tra la terrazza e la cantina preferisco la cantina. La cantina è come la pancia della mamma. Ci puoi nascondere i tuoi tesori e essere sicuro che ci staranno in eterno. Si è mai visto un pirata nascondere un tesoro in cima a un albero o in cima a una montagna?
Forse cerco di viaggiare da solo perché devo nascondere un tesoro?
Forse voglio stare solo perché andare fino in fondo è una cosa che si può fare solo se si è da soli?
Forse voglio vivere avventure da solo perché quando torno a casa posso raccontarle come voglio, magari inventandomi qualche particolare in più.

In cantina ti rintani. In terrazza la brezza ti spazza.
In basso è sicuro, eterno.
In alto è provvisorio, instabile, in disequilibrio.
Dall’alto si può cadere sovente precipitevolissimevolmente. (Sono riuscito a scrivere questa parola ben due volte. E pensare che è proprio una di quella parole che dici: “questa parola, nella vita, non la userò mai!”)
Dal basso si risale.
A casa nostra più in alto di noi c’è solo la terrazza.
non ti ho ancora raccontato della nostra terrazza??!!
Lo farò ma non ora. Ora non c’è tempo:
l’ascensore scende: 9, 8, 7, 6… il motore innesta la velocità ridotta e rallenta per poi fermarsi preciso.
Ogni volta che un ascensore arriva è come se morisse. Termine di un viaggio, fine di una storia. Quando rallenta, la cabina, fa un rumore come se si ammalasse e subito poi si ferma.
Ecco l’attimo in cui il pavimento della cabina arriva a coincidere perfettamente con il pavimento del pianerottolo.
Ecco le porte che si aprono. 5° piano.
Faccio appena in tempo a realizzare la figura da stupido che farò quando mi troveranno in questa posizione. Decido di raddrizzarmi all’istante e ci riesco quasi.
E chi c’è sul pianerottolo? La signora Chiodi!
Io: “Scende?” (faccio finta di niente)
Lei: “Certo che scendo. perché dovrei salire?” (effettivamente…approposito cosa ci fa lei al quinto?)
e così accompagno fino al terreno la signora Chiodi. Lei esce e gentilmente mi tiene la porta per fare uscire anche me: ” No, grazie. Io salgo.”
“Ma…” borbotta un “ma” che sembra un “mah” poi saluta e se ne va. Di certo pensa che sono tutto stupido.
Ma io ho già schiacciato il mio tasto e conto i piani che passano, i secondi che mancano: meno tre (non farò mai più quel gioco stupido), meno due (e non inciderò più con le chiavi sul pannello di metallo), meno uno (mi scappa troppo, non ce la faccio più!).

11 fine della storia

fine della storia.
Oggi pomeriggio sono rimasto chiuso nell’ascensore.
Niente di grave. Sono anche riuscito a raggiungere il bagno in tempo e a fare la pipì, fischiettando.
Ora sono a letto. A cena ho raccontato la mia avventura. La mamma ha ascoltato terrorizzata e continuava a dire: “Oh che paura! Poverino!”
Clara mi guardava con uno dei suoi sguardi, quello che usa per dire: “non impressioni nessuno, anzi dici un sacco di scemenze”. pensava che mi fossi inventato tutto per fare impressione!
Anna era di cattivissimo umore perché papà non le ha permesso di uscire, questa sera. Doveva andare con Andrea, il suo ragazzo a una riunione…
Leo, mentre raccontavo, ha sezionato una carota a metà, da cima a fondo poi ha separato la polpa esterna dalla parte interna (la corteccia, il cuore) così precisamente che non ha rotto nemmeno una radichetta. (Poi naturalmente se l’è mangiata)
Gio ha ascoltato in silenzio: sono convinto di averlo impressionato. Finito di mangiare è venuto a domandarmi com’era andata e io ho iniziato a infarcire la storia, così, per renderla più interessante. E mentre raccontavo, Gio ha sentito arrivare papà e, come fa sempre, gli è corso in contro per abbracciarlo. Quando arriva mio papà, tutte le sere, Gio gli corre incontro, gli salta in braccio e lo bacia. (è il più piccolo e il più coccolone)

Domani si parte per le vacanze e la mamma sta tirando giù le valigie.
Domani si parte per il mare!
Abbiamo avuto il permesso di dormire con le finestre e le tapparelle aperte. Quando ci danno il permesso vuol dire che l’estate è proprio arrivata.
Domani mattina inizia il trambusto della partenza. Ogni anno il giorno della partenza ne succede una: quando Gio aveva un anno si è bevuto tutto il flacone di una medicina di papà. Siamo dovuti correre al Pronto Soccorso con la macchina già carica di bagagli e poi non siamo partiti. La mamma ha dormito in ospedale con Gio che doveva rimanere in ‘osservazione’.
L’anno dopo tutto ok.. Montagna: solo due ore di viaggio. Quando siamo arrivati il papà si è accorto di non aver caricato le valigie.
Un anno Anna si è rotta il pollice pattinando ma non era proprio il giorno della partenza.
Qualche anno fa, invece, sono arrivate le scrivanie nuove per me e Clara. Due cassetti, tre mensole e un piano ribaltabile ciascuno. Abbiamo fatto subito a gara per vedere quale delle due scrivanie aveva il piano ribaltabile più veloce e ce le siamo ribaltate addosso. Io ho cercato di tenerle, Clara invece più furba è scappata. Sono stato sommerso da mensole vaganti, cassetti e tutto quanto. Travolto dal mobilio, dall’odore di resina e cera, dall’espressione stupefatta del mio amico falegname che era ancora di là a parlare con la mamma. Mi è rimasta la cicatrice in fronte. Quell’anno siamo partiti lo stesso.
Approposito di cicatrici
a me le ciccatrici piacciono molto.
Ne ho alcune.
Ognuna è un’avventura.
Quella di cui ho appena detto, in fronte: un punto di sutura.
Quella sulla coscia: tredici punti! La più grossa di tutta la famiglia. (Neanche Giosuè ce ne ha una così.) è stato quando avevo sette anni.
In bicicletta. Una gara fra me e Clara. Il Giro dell’Isolato. Partenza all’angolo sottocasa, uno di qui e l’altra di là. Vince chi torna per primo all’angolo di partenza (dopo aver girato attorno all’isolato, chiaro no?)
Ci siamo scontrati precisi precisi all’angolo opposto. Bum! Io sotto e Clara sopra. Lei non si è fatta niente ma si è spaventate e si è messa a piangere quando ha visto il mio taglio. Io no.
Ne ho altre di cicatrici. Meno grosse ma più gloriose, per esempio:
avambraccio sinistro contro filo spinato. Niente punti ma l’antitetanica. Eravamo in montagna e stavo scappando dalla “banda rivale”. Ero riuscito a sgusciarli sotto il naso senza che mi beccassero poi: beng! Contro il filo spinato.
Cose così.
Mi piacerebbe avere una cicatrice sulla guancia, come un vero duro. Mi farei un taglietto apposta ma alcune cicatrici non rimangono. Dopo un po’ vanno via, se non sono profonde.
Altrimenti ne sarei pieno.

Buonanotte.
Chiudi il libro e riaprilo domani.

Sì, lo so, non era una storia molto avvincente, con vampiri e fantasmi, o pirati e briganti.
È una storia da portarsi in ascensore se hai paura di rimanerci bloccato. Per ammazzare il tempo, per non aver paura.
“Da consigliare agli amici se ti è piaciuta o ai nemici se non ti è piaciuta”, come dicono al circo.
Se ti è piaciuta ascolta come va avanti, il giorno dopo.

11 Caio in vacanza

Oggi, metà mattina di inizio estate, sono in ascensore, in partenza per il mare.
A casa nostra il giorno della partenza è un evento che lascia un segno netto e chiaro nel ciclo delle stagioni.
L’Autunno è quando cadono le foglie (molto dopo il 21 settembre), l’inverno è quando fa freddo (molto prima del 21 dicembre), la primavera è quando spuntano le foglie, i fiori, l’erbetta. l’Estate è quando si parte per le vacanze.
Il giorno della partenza inizia presto.
Sveglia! La mamma già grida che siamo in ritardo e sbraita con ordini perentori quello che avremmo già dovuto fare (il giorno della partenza mamma è un po’ nervosetta):

Lavarsi e fare colazione!
Papà sovraintende il bagno. Dalle sette alle sette e trenta è suo in esclusiva, poi, mentre si fa la barba, dirige il traffico degli spazzolini da denti, delle saponette, dei rubinetti accesi. (Quando il lavandino è affollato si aprono anche i rubinetti del bidè e della vasca da bagno)
Di solito la mamma è in cucina ad occuparsi della nostra colazione. Ma non il giorno della partenza: il giorno della partenza è già tutto pronto sul tavolo, self service.
È la colazione che preferiamo, così ognuno mangia e beve solo quello che gli va. (Io non bevo il latte e odio la marmellata al contrario di Anna e Clara. Leo non ha problemi. Gio invece è molto esigente. Lui per esempio non può fare colazione in piedi. Deve stare seduto. E non può fare colazione da solo. Così, anche se noi abbiamo già finito, dobbiamo sederci e fargli compagnia.)

Poi: “Vestirsi!”
Il giorno della partenza la mamma consegna a ciascuno i propri indumenti: calze, mutande, canottiera, maglietta e pantaloni o pantaloncini. Non c’è discussione: e comunque è già stato tutto stabilito e invaligiato. Così a Clara tocca partire con la maglietta che meno le piace, piuttosto che con i pantaloncini corti con cui si vergogna. E tiene il muso. Non lo mollerà più.
Clara molla il muso solo quando ottiene quello che vuole.
Cosi finisce che facciamo cambio: io le do la mia maglietta e lei si prende la mia.

“Bagaglio personale!”
Tragedia di Giò che non riesce a far entrare nello zaino a lui assegnato tutte le cose che vorrebbe portare. Clandestinamente, accogliamo nell’ultimo angolo della nostra valigia, le cose eliminate al vaglio della mamma: “No, la collezione di monete no!” Il puzzle non ti servirà e nemmeno le scarpe dei travestimenti.”

Partiamo, papà è andato a prendere la macchina e ci aspetta in garage per caricare.
La mamma è ancora in abiti da lavoro e lotta, aiutata da Anna e Clara, con gli ultimi bagagli che una volta chiusi vengono impilati davanti all’ascensore.
L’ascensore di servizio, quello che va in garage.
Leo scende con il primo carico: le valigie con i vestiti di papà, della mamma, di Anna, i suoi e quelli miei e di Clara.
Ed ora tocca a me. Sto scendendo con un carico composto da:
La borsa del mare, la valigia marrone delle lenzuola, la sacca delle scarpe, il valigione dei libri di papà, la valigetta scozzese da viaggio, le due valigette bianche mie e di Clara. e lo zainetto di Gio.
Non c’è spazio per me. Sono letteralmente arrampicato sulla borse più grosse.
Quando le porte si son chiuse ho pensato: “Ehi, ALL! Come va? Allora? ci facciamo un altro viaggio?!” All non ha risposto (lui parla solo in caso di allarme) ma sorrideva.

Tutto nella cabina sembrava sorridermi, come qualcosa di caro che ritrovi dopo tanto tempo (Una volta ho ritrovato un pupazzetto di gomma con la faccia da pomodoro che mi avevano regalato quand’ero piccolo. Non mi era piaciuto ed era finito dietro un mobile nello sgabuzzino. Quando l’ho ritrovato, dopo anni, ho avuto la precisa sensazione che fosse felice di rivedermi.Ce l’ho ancora.)
Tutto sembrava sorridermi, come sorride il maestro Corrado (non ti ho ancora raccontato di lui!) quando capisce, senza domandare, quello che mi sta passando per il cervello. Come ti sorridono le maniglie o gli interruttori della tua cameretta quando torni da un mese di vacanza. Sono sempre quelle ma sembrano nuove, da riscoprire.
“Ehi, All! Come va? Ci facciamo un altro viaggio?”
All non ha risposto (lui parla solo in caso di allarme) ma ha sorriso. E anche il pulsante S ha sorriso quando l’ho premuto dicendo:
“Destinazione Sotterraneo. Motori… avanti tutta!”

Fine

INDICE
1 IL GRATTACIELO
2 L’ASCENSORE DI SERVIZIO
3 LA STORIA
4 NON HO PAURA
5 LA NOTTE
6 SONO UN CAMPIONE
7 L’AVVENTURA SPAZIALE
8 IL COMANDANTE
9 IL RITORNO
10 A CASA
11 FINE DELLA STORIA
12 CAIO IN VACANZA

Note dell’autore.
Ciao, mi chiamo Claudio, ho quarant’anni e quattro figli. Mi hanno chiesto di scrivere una storia e siccome non sapevo da che parte iniziare né che cosa inventarmi e non volendo sforzarmi troppo, ho pensato di scrivere di me, di quando avevo la tua età e di un incubo che mi era capitato di fare.
È quindi, come si suol dire, una storia autobiografica, nel senso che io sono effettivamente nato e cresciuto al quattordicesimo piano di un grattacielo, in una famiglia numerosa, e avevo un amico al nono piano e sono rimasto chiuso nell’ascensore di servizio… Ma più andavo avanti a scrivere, più prendevo gusto ad inventare e a mescolare ricordi e aneddoti: quelli della mia famiglia di origine e quelli della mia altrettanto numerosa famiglia attuale. Perciò a volte Caio sono io, a volte è uno dei miei figli. Così come il papà a volte è il mio, a volte è quello dei miei figli.
Approfitto per scusarmi con chi, sentitosi tirato in ballo, si è visto appioppare vizi o virtù che non gli appartenevano e con chi, personaggio importante nella mia infanzia, è comparso poco o per nulla nella storia.
Un grazie a Lorenzo De Ferrari, ai sigg. Campolucci e De Bernardi e alla Schindler per avermi permesso di togliermi ogni curiosità sugli ascensori e sul loro funzionamento.
Approposito, mi hanno assicurato (e ho verificato) che è praticamente impossibile che un ascensore possa precipare!
Insomma, come dice uno studio di una compagnia di assicurazioni svizzera, L’ascensore è diecimila volte più sicuro delle scale…

Caio in vacanza

1 in macchina

La macchina del mio papà è grande. Più grande di quella del papà di Giosuè.
Quest’anno è rossa-bordeaux. L’anno scorso era beige. È una macchina francese.
Ogni anno gliene rubano una. Lui è assicurato e se la ricompra. Non nuova nuova ma quasi. Gli hanno detto di cambiare modello perché i ladri quando vogliono una macchina come quella sanno dove trovarla ma lui dice che un altro modello così non c’è. E lui vuole proprio una macchina così: molleggiata, spaziosa…

Giosuè, che è mezzo francese, fa sempre il tifo per le cose francesi…
La macchina, anzi l’automobile, del suo papà è italiana. E sta chiusa in garage quasi tutto l’anno perché il papà di Giosuè va a lavorare con l’autobus.
Giosuè dice che le macchine, pardòn, le automobili italiane sono migliori.

Io dico che lo dice perché è invidioso. A me non me ne importa niente anche perché c’è sempre qualche altro compagno che ha la macchina più bella e più grande di quella del mio papà.

Io da grande vorrei una macchina tipo furgoncino, vecchia, tutta colorata, una piccola casa per andare in giro per il mondo e per fermarmi quando e dove voglio.

La macchina del mio papà è comoda e spaziosa. Ha cinque posti, e il libretto delle istruzioni dice che può portare cinque adulti e due bambini sotto i dodici anni.
Noi siamo in sette: papà e mamma, e cinque figli, due dei quali sotto i dodici anni.
Ci stiamo al pelo. Letteralmente.

Stiamo andando ai mari del sud, a più di mille chilometri da casa, a passare un mese di vacanza in una casa affittata su un’isola piccola che si può girare a piedi.

Dodici ore di viaggio. Stipati come…
Alla guida: papà.
Passeggeri in prima fila: Anna, la più grande e Giò, il più piccolo.
Passeggeri in seconda fila: al finestrino sinistro la mamma, al finestrino destro Leo che ha le gambe lunghe e in mezzo io e Clara.
Il bagagliaio della nostra macchina è ampio.
I bagagli della nostra famiglia ne riempiono due di bagagliai così.
E non avendo due bagagliai, metà delle borse, le più morbide, sono state pressate sotto le gambe di Anna (che tanto davanti c’è spazio), sotto le mie gambe (che tanto sono corte) e un po’ anche sotto le gambe di Clara (che le ha un poco più lunghe delle mie).
Ma al primo “ho sete” di Gio la situazione precipita.

I bagagli sono stati preparati, catalogati e controllati dalla mamma. I figli hanno fatto catena per trasportali con l’ascensore di servizio fino al garage dove il papà aveva sovrinteso i lavori di carico in macchina. La mamma ha fatto un ultimo giro per casa per controllare di non aver dimenticato nulla, Leo e Anna hanno ispezionato i pianerottoli e l’ascensore e il papà si è accertato che tutto fosse a bordo prima di dare il via.
Ogni precauzione è d’obbligo.
Ogni anno dimentichiamo di portare qualcosa: la borsa delle pinne, la sacca delle scarpe, la borsa frigo…
“ho sete!”
“chi ha visto la borsa frigo?”
cerca di qui, cerca di là, sposta, muovi… dopo non è più come prima: anche Leo e la mamma galleggiano ora su un mare di borse smosse.
La borsa frigo non c’è. Non fa niente.
“Ci fermeremo più spesso”.

Il viaggio di dodici ore dura ormai da tredici ore. Papà dice che siamo quasi arrivati.
È stata dura: Giò ora dorme in braccio ad Anna ma poco fa, prima di arrivare alla fatidica Area di Servizio & di Ristoro, ha vomitato. Su Anna, sulla mia valigetta bianca, sul suo zainetto dei giochi.
Quando ci siamo fermati c’era un pullman di turisti tedeschi che ha visto una macchina francese vomitare persone, bagagli, asciugamani.

Manca poco. Ora siamo tutti ripuliti e rinfrescati, i bagagli sui quali sediamo sono stati ricoperti di asciugamani nuovi, l’umore dell’equipaggio è tornato alto: abbiamo pure intonato ‘La famiglia dei Gobbon’ con la mamma e Clara che facevano la doppia voce e papà e Leo che stonavano.
Abbiamo giocato a morra cinese, la mamma ci ha mostrato entusiasta l’ennesima Certosa segnata sul suo libretto turistico ma dalla strada si riusciva a intravvedere a malapena. Il papà, che ci vede poco e porta occhiali con lenti spesse, guarda solo la strada e non vede mai niente. La mamma: “Eccola lì, sulla collina!” “Cosa?” “La Certosa!” “Ma dove?” “Lì, dietro!” “Come dietro?” “Eh…ormai è passata. Dai, fermiamoci è proprio sulla strada!”
A mio papà delle Certose o delle case di Garibaldi o dei filari di pioppi cantati dal poeta non importa niente e comunque non c’è tempo di fermarsi.
Lui guarda solo la strada e non vede mai niente. Tranne la grande fabbrica di birra che si affaccia sull’autostrada e ogni volta che ci passiamo davanti dice: “Guardate bambini, lì fanno la birra!”. Lo dice ogni anno, all’andata e al ritorno.
Quando sarò grande anch’io lo dirò ai miei figli, così, tanto per tramandare queste simpatiche tradizioni!
Ogni anno papà cerca anche di spiegarci il sistema binario. Quest’anno finalmente l’ho imparato. Tu lo sai? Te lo spiego.

Ci sono cinque lampadine tutte spente. È lo zero!
Si accende solo la prima lampadina: è l’uno!
Si accende solo la seconda lampadina: è due.
Per fare tre si fa uno più due, cioè si accendono le prime due lampadine.
Per fare quattro si accende solo la terza lampadina.
E così via. Capito?
Per fare cinque si fa quattro più uno e si accendono la prima e la terza lampadina… te lo disegno.
(Disegno sistema binario)

2 la nave

“Acceso, spento, acceso, spento.” Il faro. Lo vedo dall’oblò della mia cabina.
Mia e di Clara.
“Il faro mica si accende e si spegne! È una luce che gira e… ora la vedi, ora non la vedi.”
Lo so. So tutto sui fari, sulle luci all’imbocco dei porti, so come fare una rotta, so che cos’è un sestante. Mio zio Franzi era un capitano di lungo corso e mi ha insegnato un sacco di cose.
Da grande farò l’avventuriero e girerò il mondo – trovando passaggi per i luoghi più sperduti – imbarcandomi come mozzo.
Già quest’estate farò l’avventuriero, su un isola poco più grande di uno scoglio. Sarò un pirata, sono già un pirata…

“…ventiduesima notte di navigazione. Il cielo è limpido e l’aria è fresca ma non c’è vento. La barca beccheggia pigramente mentre la luna brilla come un mestolo d’argento sopra la scodella della mia nave e mille piccole lune riflesse occhieggiano tra le onde, come brillanti sparsi sulla tovaglia del mare.
Ho fame. E non di carne salata e gallette.
Ho fame di prede prelibate: galeoni con le stive stracolme di tesori!”
Issato sulla coffa c’è il mozzo che fissa l’orizzonte. Siamo a caccia. Caccia grossa, carne grassa: capidogli con la groppa gonfia di olio e ambra!”

“ventitreesima notte di navigazione. La mia bella nave, la Tempesta, è, da questa mattina, squassata da una terribile bufera. Abbiamo perso due scialuppe e un uomo, l’albero di trinchetto è ridotto ad un moncherino e non potrà essere riparato fino al prossimo approdo. Carne salata e gallette sono rimaste nella dispensa. Nessuno ha appetito…”

“Caio, e se naufraghiamo?”
“Ci sono le scialuppe di salvataggio e i salvagente.”
“E se poi è come nel Titanic che non ci sono scialuppe per tutti?”
“Ma se non c’è quasi nessuno sulla nave!”

Papà ama troppo il mare per andare semplicemente al mare.
Al mare è come nelle cartoline che ci mandano amici e parentici.
Al mare ci si va in agosto, si scende sulla spiaggia più vicina e ci si sdraia sotto l’ombrellone. Su spiagge dritte e lunghe con file di ombrelloni dritte e lunghe che si allontanano dalla riva sempre più numerose fino ad arrivare a ridosso dei lunghi e dritti Hotels. Nelle cartoline che mandano amici e parenti ci sono infiniti puntini nell’acqua: sono i bagnanti. Noi al mare non ci siamo mai stati. Noi andiamo ai mari del sud. E papà è intransigente in proposito: al sud, in bassa stagione, in casa in affitto.
Sono vacanze avventurose e quando ci si riincontra, a settembre, con Giosuè e gli altri amici ho sempre un sacco di cose da raccontare.
Loro sono stati al mare, alcuni nella stessa località, e, incredibile, si sono anche incontrati, loro parlano di un mondo che – dicono – io, che non ci sono mai stato, non posso neanche immaginare: compagnie, ragazze, giri in giro, pizze e gelati, eventi, animazioni, giochi organizzati, parchi dei divertimenti acquatici, luna park, discoteche… anche di sera e anche fino a tardi. Un mondo che a me sembra lontano come l’America. E io che sono stato solo nei mari del sud!
Le cose che ho da raccontare non hanno quel sapore delle cose mangiate insieme agli altri. È come di lunedì mattina, a scuola, quando tutti parlano della partita di calcio che tu non hai visto perché eri, per esempio, al campo di atletica a vedere, magari, il record del mondo dei cento metri. E quando lo racconti non ti sentono neanche.

C’è solo mare. Solo mare.

ascensore per lo spazioultima modifica: 2015-12-11T12:20:58+01:00da claudiomadia

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