antologia di porta volta

1 intro: “Mamma, farò l’artista di strada!”

Sempre, nei secoli, anche nelle migliori famiglie, c’è stato qualcuno che ha esclamato convinto: mamma, da grande farò il saltimbanco!
Di questi sognatori estremi, molti hanno scelto di imboccare effettivamente altre strade più o meno larghe e percorse.
Pochissimi sono quelli che davvero hanno intrapreso il viaggio fino in fondo lungo l’arduo sentiero. E di questi, i più hanno, presto o tardi, salutato e preso il primo invitante bivio a destra per altre avventure.
Uno su mille è rimasto a ballare sul “filo sottile della speranza”, raggiungendo, però, un sostegno sicuro: un predellino, una coffa, una pedana in cima al palo, al meglio un balconcino con servizi, vista panoramica, aria buona …
Sicuramente ha tirato la cinghia o passato momenti difficili e dolorosi, e non parlo solo dei fachiri o dei mangiafuoco professionisti.
Ma ha avuto vita degna e certo utile a sé, ai propri cari e al mondo. Un saltimbanco non ha mai fatto male a nessuno, è l’unico lavoro che non può produrre danno, nemmeno impegnandosi. Il saltimbanco più incompetente mette a rischio solo sé stesso e la sua credibilità.

Qualcuno ha detto: “Se il palcoscenico fosse sottile come il filo dell’equilibrista, sarebbero ben pochi quelli che vi si avventurerebbero!” il saltimbanco è già selezionato: garanzia della sua qualità è la follia della sua scelta, è il suo essere vivo.

Arte sospetta, mal vista da mamme, potenti e autorità, mai assunta alla gloria dell’Accademia, addirittura disprezzata, è oggi di moda.
Tutti conoscono ormai il valore anche terapeutico di una risata, di un attimo di spensieratezza, tutti hanno visto quanto questo umile mestiere riesca a raggiungere obiettivi insperati persino nell’ambito medico e sociale: molti dal nome sconosciuto, hanno fatto e fanno tanto ovunque, spesso a partire dai piccoli buchi del mondo fino ad arrivare ai grandi ospedali in America o negli sterminati sotterranei di Bucarest. In Italia, recentemente, il saltimbanco per antonomasia, è stato insignito del premio Nobel e un erede diretto dei giullari medievali ha vinto il più prestigioso premio cinematografico: l’Oscar!
Eh sì, mamme, non disperatevi più se vostro/a figlio/a scappa con il circo: potrebbe essere il “Cirque du Soleil”, la più importante e ricca impresa di spettacolo in tutto il mondo, di tutti i tempi!

Proprio così: noi saltimbanchi siamo cambiati, come adolescenti orgogliosi dei propri nuovi baffetti, guardiamo il “burattino che eravamo” abbandonato sulla sedia e ci sentiamo pronti per iniziare il nostro futuro.
Siamo piantine di riso a giugno: belle e incoraggianti, destinate a maturare: spighe acerbe con davanti ancora molti mesi per diventare riso buono sulle tavole degli afflitti.
Siamo destinati a cambiare ancora molto.
Io mi auguro che il sogno più ardito diventi realtà e premi solo chi, della diversità o della residua abilità, abbia intrisa la vita. Niente gloria al funambolo con due forti gambe o al giocoliere con dieci dita! Basta sospirare estasiati ai vecchi trucchi del mago o stupirci all’arguzia del clown! Che il piedistallo della fama, il posto d’onore sia riservato a chi ne ha ben diritto!
Sia il pane quotidiano di chi non ha braccia per coltivare, il miele per chi ha la vita amara, il vizio innocuo di chi non può permettersi altri piaceri.
Sia cura e metamorfosi per gli eccezionali, quei pochi umani tenuti chiusi in bozzoli e separati da barriere di ogni tipo, sia loro il colore e lo splendore!
Applausi e ammirazione sono un dono: inutile e scontata coda di pavone per la vanità del superdotato Apollo, fuoco rinnovatore e ali di farfalla per il deforme Efesto.
E per noi spettatori sarebbe adulto guardare e pretendere ovunque (soprattutto dentro le cornici dei nostri squallidi e ipocriti monitor) le sublimi facce destinate a sguardi mesti e compassionevoli, certamente ben più meritevoli anche solo di apparire e di ragionare e sapere far sorridere e ridere, insegnare.

Poche professioni hanno origini così antiche e un futuro così fulgido.
Spero che tra queste pagine troviate il vostro ritratto e d’impulso seguiate quella traccia sottile che solo voi potete vedere.

Un matto

Se chiedete: “è nato prima l’uovo o la gallina?” gli uomini intelligenti ci ragionano sopra senza arrivare a una risposta. Chiedetelo a me che lo so per certo!
Ma nessuno mi dà retta. Io sono “il matto”, faccio quello che nessuno farebbe mai, percorro i sentieri più storti o i più ripidi, o pongo domande impossibili. E trovo percorsi e posti nuovi e risposte chiare e facili. Perché anche il mondo è “matto”. Va come me, curiosando quello che succede e decidendo il da farsi senza pensare, d’istinto.
Chi credete abbia cambiato il mondo con un solo gesto? Il più coraggioso, il più forte, il più svelto, il più furbo? No: io. Eroismo? No, impulso e follia.
Chi altri poteva accettare la sfida del dio Tuono a chi grida più forte? Chi avrebbe mai osato ballare con il Fulmine che guizza sotto le nuvole? Chi avrebbe avuto l’ardire di rubare la Fiamma? Solo chi è certo della protezione del mondo: “tranquillo, figlio mio, sei pazzo come me”

È nato prima l’uovo che è tondo. Poi la gallina che è tutta triangoli! (Il quadrato arriva ultimo molto tempo dopo).
Il tondo è sempre esistito: guarda il sole all’orizzonte e dall’altra parte la luna piena. Tondo è l’inizio, la madre, Eva, la testa che nasce, la prima cacca che cade, la prima onda nello stagno.
il tondo è sempre esistito, l’uomo è diventato. è nato quando è uscito da un uovo tondo, dal “primo magico cerchio” da lui stesso creato: quando per la prima volta ha condiviso un ricordo.

Il primo cerchio si formò spontaneamente quella notte nella quale io tornai dagli dei con il loro figlio fuoco.
il primo cerchio perfetto fatto dei cuori dei compagni ancora timorosi , in equilibrio esatto tra il freddo della notte e il calore delle braci.

da quel momento tutto è cambiato. Prima si stava in grumo, impotenti e schiacciati l’uno contro l’altro a scaldarsi e. a difendersi dietro al più grosso. Eravamo neonati senza parole e difese, sempre occupati a ciucciare midollo da ossa o masticare pelle avariata, stretti in un grumo animale. Scimmie.
Quella volta, il fuoco attorno al quale ci siamo trovati, ha cotto la carne e l’ha resa masticabile in pochi morsi, liberando la nostra bocca per l’intera serata. Bocca vuota e niente da fare.
Prima di allora non si parlava mai (soprattutto con la bocca piena! Preistorici ma educati …). Si diceva al massimo “AM” e “U”.
Sapete certo che cosa vogliono dire questi due suoni! Ancora adesso in tutte le lingue si dice così: f AM e! pa U ra!
Se non è vero allora perché tutti i bambini del mondo ancora dicono sempre e solo “AMAMMAM” (mamma) quando hanno fame e quando hanno paura dicono “U” e non certo “E” o “I”!
(Se io, che sono nel cerchio di fronte a te, dico: “U” tu sai che dietro di te c’è qualcosa che pensa “AM!”)
Il cerchio attorno al fuoco è il nido dove si sono schiuse tutte le arti. Le arti sono condivisione di ricordi e poi di pensieri.
Tutta la notte abbiamo festeggiato la buona caccia e io ho imitato il bufalo “Uh” (o il b U falo, il bue, la mucca, lo gnu, il mammut: quante U!), poi la lotta (la rabbia, il ritmo, i gridi, i colpi), tutti hanno riso quando sono diventato il bufalo ferito e quando ho rivissuto il trionfo sono stato preso da inarrestabile scuotimento di gioia (ho riempito il cielo con salti e giri). Tutti mi hanno imitato e alla fine sono venuti a darmi tante pacche sulle spalle come per dirmi: sei forte!
Quella sera è nato l’uomo
La sera successiva era già nato il linguaggio, la danza, la musica, la comicità … dopo la breve masticata, qualcuno mi ha spinto a ricordare ancora (E da allora sempre): i suoni sono diventati canti, i gesti racconti, e le pacche sulle spalle sono diventate gli applausi, l’unico compenso indispensabile allo scemo del villaggio.
Sono lo scemo del villaggio, inabile alla caccia e alla difesa ma amico del dio Tuono e del Fulmine, che mi hanno regalato il fuoco.

Non tutte le cacche escono tonde, non tutte le cacce finiscono in festa. L’eroe morto ritorna con il pianto che, da sempre, esce nel dolore. Il dolore è impotenza, è piccola morte, è strazio: faccia nel fango e poi sbattuta all’indietro, schiena inarcata per gridare al cielo lo sdegno, mani ad artiglio per afferrare l’ultimo fiato che sale impalpabile.
La mia ombra gigante sulla parete, ondula opposta alla fiamma. Io, intermediario tra la luce e le tenebre: davanti vita, dietro morte. E tra il giorno e la notte, crepuscolo dopo crepuscolo ho celebrato feste e lutti. Nel cuore sempre il fuoco, dio dei riti delle risate e dei pianti.
Insieme scemo e sciamano, celebrante del bene e del male.
Come Scemo invoco il massimo piacere, come Sciamano evoco il massimo dolore. in fondo, orgasmo e amputazione hanno lo stesso volto.

il cantastorie
1848
cantast
Mi vedete rappresentato in questo quadro di poco valore, all’apice della mia fortuna, quando il popolo mi reclamava come il pane perché raccontassi loro le ultime nuove, le belle e le brutte vicende del resto del mondo. Ero la stampa, la radio, la televisione, il cinema, il telefono, quando questi marchingegni ancora non erano stati inventati.
Sono quello con il cilindro in testa e la bacchetta in mano. Oltre a mia moglie con il maschietto in braccio e mia figlia che regge il tabellone dipinto, in quel periodo potevo permettermi di pagare anche qualche artista vario: un suonatore di cembalo, un nano con la scimmietta che accompagnavano il mio racconto con musica adeguata e qualche lazzo divertente.
Il pittore da quattro soldi che ci ha ritratto, mostra un solo spettatore ma è una scelta pittorica: avesse dipinto il treppo (il semicerchio di spettatori) che avevo davanti, avrebbe dovuto riempire la tela di schiene accalcate, persino arrampicate le une sulle altre. In quei giorni, in particolar modo, dovunque andassi, tutti volevano ascoltare quello che usciva dalla mia bocca: dovevo gridare parecchio!
Era l’aprile del 1848! Tutto il mondo guardava Milano e le sue epiche cinque giornate di guerra per la libertà! Il popolo che prende in mano il suo destino, i potenti e prepotenti che fuggono battuti … e io mostravo al mondo quello che si era perso, come se lo vivesse in prima persona. (cosavo meno della gazzetta ed ero certo più comunicativo).
Ammetto, è stato un momento epico anche per me. A pochi altri colleghi, in ogni epoca, è capitata una occasione simile.
Naturalmente nei giorni eroici delle barricate milanesi io ero altrove ma la gioventù che muore è sempre uguale, dai Paladini di Francia ai nostri patrioti: raccontarla è arte sedimentata nei secoli, con annesse le licenze poetiche.
La voce fa la sua parte, vibrando e struggendosi, ma è la combinazione di questa con il tocco del pennello intinto di sangue sul petto del fanciullo agonizzante, che riempie il cappello di moneta sonante!

La nostra arte è ascoltare i venti
che portan le voci, le risa , i pianti
saperli capire per quello che sono,
distinguere sempre il cattivo dal buono.

Masticare la storia e mescolare
I sentimenti con le belle parole
Come si fondono sul mio tabellone
I colori dell’odio e della passione

Ai cechi e ai sordi arriva l’odore
Di vita e di morte, di gioia e dolore
Con grido acuto e con il grave segno
Risveglio coscienze e riempio di sdegno

Con la bacchetta colpisco il potente
Io vendico i torti della brava gente
Sono l’eroe che denuncia il sopruso
Son io Rinaldo e l’Orlando Furioso!

Lo dico in versi e in facili rime:
sto con il popolo contro il regime
lo ribadisco con il mio cartello
ferendo di lingua, di penna e pennello.

Il burattinaio

2012
Lavoravo in banca (come mio padre e mio nonno) poi la bolla della new economy mi ha lasciato a casa. Anni terribili per il mio fegato e per lo stomaco e il cuore, e per i miei cari. Ho deciso di cambiare.
Da piccolo guardavo alla televisione i programmi di pupazzi e mi divertivo a ripeterli davanti al pubblico entusiasta dei miei cuginetti, poi, recentemente, anche all’oratorio dove faccio volontariato, così ho deciso di fare il burattinaio, cioè di farmi pagare per gli spettacoli che metto in scena. Non si guadagna male ed è tutto o quasi in “nero”, esentasse!
I figli ormai grandicelli mi aiutano e la moglie mi ama anche così (grande fortuna)
È un mestiere del quale ci si innamora perché ti dà il pane se lo vai a cercare, è certo non sedentario e monotono anzi, composto da attività differenti.
La mattina dopo i riti del risveglio, faccio ginnastica per non soffrire le fatiche posturali tipiche ( riscaldamento collo, allungamento muscoli dorsali, rinforzamento braccia, scioltezza spalle).
Cinque minuti al computer per la posta e l’organizzazione del lavoro.
Attività artigianale (sartoria, falegnameria, pittura)
Il pomeriggio sono libero
La sera c’è spettacolo oppure scribacchio qualche idea o dei dialoghi per gli spettacoli futuri.
Quando posso, seguo corsi, incontri, seminari sulla voce, la musica, la scultura…
Tanta roba in un mestiere in miniatura. Tutto sta stretto. (in casa o nel furgone poi nella baracca) stretto in testa

Ogni giorno scopro che non esistono limiti, anzi le possibilità si moltiplicano ad ogni addizione.
Ho iniziato con una storia scipita, due calze camuffate, quattro spettatori tenendo l’attenzione per otto minuti.
Poi ho aggiunto Pippo, pregato Dio
Ora posso l’impossibile!
Quando indosso i miei guanti magici, volo, cammino sul soffitto, muoio e resuscito, e alla fine vinco sempre felice e contento. Aladino è mio fratello sfortunato, Peter Pan è quello vecchio, Alì Babà è quello povero. Harry Potter ha una vita monotona e scialba.
Ho raccontato storie di tutti i colori, sperimentato il buio e la luce, i materiali, gli spazi, i tempi, le dimensioni
Mi manca solo realizzare il mio ultimo sogno: uno spettacolo con baracche e buratti giganti e io, piccolo come una mano, che volo e amo e muoio e rinasco felice e contento. burattino, tre dita di pelle e ossa, sbatacchiato qua e là.

L’imbonitore (araldo, banditore)

2045
sono sempre stato bravo con le parole, le sciorino una dietro l’altra senza difficoltà da quando avevo un anno: più tardi, di salute cagionevole, ho passato lunghi pomeriggi a divorare pubblicazioni per piccoli, spesso scritte in rima baciata e sono stati gli unici baci con i quali ho avuto a che fare fino alla maturità.
In casa papà parlava poco, quando non lavorava, stava sprofondato nella poltrona con i piedi in alto contro il muro, la lampada sulla nuca e il giornale spiegato sulle gambe, intento nella lettura.
Tornare a casa da scuola e raccontare i fatti del mattino a mio padre è stata la mia abitudine dai tre ai tredici anni: era difficile prendere la sua attenzione e anche quando si girava e ti stava a sentire, dovevo avere notizie utili o sagaci per farlo reagire: il futile era bandito.
Mio papà leggeva pile di giornali. Con una velocità spaventosa
Mi disse che spesso leggeva solo i titoli, i sottotitoli, l’occhiello, la firma in fondo. Se era di qualche interesse, scannerizzava le colonne cogliendo solo i dati salienti
Così ho imparato che l’importante è l’inizio e la fine mentre quello che sta in mezzo è lungaggine, “fuffa”.
Avrei voluto fare il giornalista ma sono ora più contento così: abbiamo messo in piedi un piccolo canale di immagini e contenuti rari perché ne sentivamo la necessità. Mancava e urgentemente andava messo in onda, in rete, e poi pescata.
La necessità.

il lavoro è l’unico modo degno di guadagnarsi la vita. qualsiasi lavoro.
tutti dovrebbero poter lavorare
in base alle proprie capacità.

Ci sono dei lavori privilegiati, che sono sempre in mano ai soliti pochi privilegiati.

Io non muovo né gambe né braccia
Sono buono solo dalle spalle in su.
Un primo piano in televisione!

E, guarda un po’, abbiamo fondato Denden TVB

Siamo una decina di effettivi. Prima eravamo utenti del centro diurno:

Lorenzo: capisce tutto (legge e scrive) ma si immobilizza per semirette di tempo. È il nostro perfetto specializzato di ripresa.
A Isabella trema la mano: mette la cipria al conduttore
Ale è la faccia inquadrata, il conduttore. ha i tempi giusti e occhi bellissimi. Si crede alto e snello anche se è il contrario ma il video (con un effetto bacio del Re) ha trasformato la base in altezza e viceversa, così che ora finalmente lui si vede così come si pensa!

Ben può usare le mani, molto piano e senza energia. È un operatore che parla solo con gli occhi anche perché non sente i suoni.
Stefano scrive e suggerisce i testi perché è simpatico e spiritoso
Fen jao e Maite certo ballano e sprizzano gioia molto più in alto di chiunque altra loro collega di canale cinque

Siamo imbonitori ma non vendiamo piatti
Decalogo “Denden” tvb

In video non possono apparire brutte facce
Le brutte facce sono:
Quelle facce squallide spianate da chirurghi straricchi,
finte e globalizzate: manichini da outlet! Brutti! Possono continuare ad esibirsi per dolce e gabbana, fare gli stewards o le hostess, insegnare ginnastica ma niente video per loro.
Quelle facce da simpaticoni, arrivati al successo con trame nascoste e odiose, quelle che comunicano la propria compiacenza nell’essere così simpatici e divertenti, guardando l’obiettivo senza obiettività. Brutti, possono lavorare nella pubblica amministrazione, con incarichi a contatto d’utenza in un eterno sorriso privo di pregiudizi.
Quelle facce da buoni, quelli che capiscono i problemi, che riempiono il tempo rubato ad altri con le disgrazie altrui. E si appassionano e spendono il loro nome (!) per la nobile causa: facciano gli infermieri, i venditori, i responsabili del personale.
Quelle facce da intelligentoni, quelli che invece di investire il loro cervello per fare felici famiglia e amici, pensano di salvare il mondo dall’ignoranza. E i figli con i quali non hanno mai giocato, prendono tre in storia: brutti! Che vadano a lavorare in miniera e risolvano le questioni di vita e di morte.

Il Giocoliere (sono il tuo giglio)

Milano, primavera 1980
Mi chiamo Antonio Goccia e faccio il giocoliere da quando, a diciotto anni, ho buttato la mia disgraziata vita in un laghetto e sono rinato in un sogno. Mi sono fatto crescere i miei capelli ricci come un antico menestrello e ho indossato una camicia bianca a maniche larghe, leggera, da far passare il vento. Vivo riflesso sull’acqua, sotto un grande albero e mi alleno tutto il giorno con il naso all’insù.
Ho costruito i miei attrezzi con materiale di recupero: le palle son fatte di fagioli secchi insacchettati in stracci colorati e i birilli sono rami levigati e dipinti.
La primavera e l’estate sono le mie stagioni: è allora che mi vedi lanciare al sole i miei gridi silenziosi, e il sole o gli dei che dietro si nascondono, mi ascoltano.
Quando son stanco mi lascio cadere sull’erba e sorrido ai bambini che mi stanno a guardare: sono un giocoliere, la parola più bella del mondo
Un giorno ho sorriso a una ragazza e lei mi ha incantato e quando è scappata ho buttato i birilli nel laghetto e sono partito
Non son più ritornato
Perché le primavere
Non tornano
Ora è primavera
Ma non per me

L’acrobata, (in alto i piedi)

Mia madre dice che sono nata a testa in giù e così sono rimasta imparando a esplorare il mondo al contrario, fino a diventare Acrobata mancina: rigirata e capovolta
Destino segnato: dalla ginnastica artistica al liceo artistico. Il primo amore, giovane aspirante trapezista …

Destinata alla minoranza della minoranza ho contato sempre, alla rovescia, sul buon Dio (meglio se tramite la Madonna) a Cui potevo chiedere solo di trattarmi come un giglio o un passerotto:
“ … si preoccupa forse il giglio?” (brano vangelo)
E tutti mi ammiravano ed applaudivano quando, finito il numero, mi piegavo come appassita sul mio ramo.

Ho avuto la mia primavera e ho potuto gridare al mondo il mio profumo e il mio candore

il funambolo (la Perfezione)

da bambino il mio destino sembrava segnato: avrei fatto il dentista come mio padre. Un bambino normale può sognare di fare il dentista da grande!? Che mestiere è? Bocche piene di denti marci da trapanare, quel sibilo e i lamenti, l’odore pungente di avorio bruciato e di disinfettante … li vedevo uscire dallo studio, quei vecchietti piangenti, non tanto per il dolore ma per la pensione andata in capsule e ponti.
Il filo interdentale è stato il mio primo giocattolo: ci attaccavo i palloncini gonfi d’elio e lo guardavo srotolarsi nel cielo.
Avrei voluto camminarci sopra e perdermi tra le nuvole. Sarebbe stato facile, bastava stare dritti e concentrati, un piede avanti all’altro, lo sguardo fermo al traguardo.
Fermezza e precisione
Come la mano di mio padre.
Fermezza e precisione come i solleciti di pagamento fattura

A sedici anni i miei hanno divorziato e senza che se ne accorgessero io ho preso la mia strada. Prima solo un passetto inarrestabile e incerto, poi piano piano …
Discreto come ragnetto che stende segmenti impalpabili, ho tessuto segretamente, centimetro dopo centimetro la mia rete di sicurezza, il sottile filo a cui rimanere aggrappato così come da piccolo mi nascondevo a srotolare verso le stelle il filo interdentale.
Dieci anni a preparare la mia epifania fingendo di essere studente in odontoiatria con la passione dell’alpinismo.
Il funambolo è come un aracnide che sa attendere con infinita pazienza prima di cogliere l’attimo decisivo e attaccare.
Dal giorno della mia laurea e della mia prima traversata, tento un’impresa ogni due anni, al massimo. Sono alla quinta. La prossima tra non molto

Mentre gli attrezzi stagionano alle intemperie fino a che non sono domati, inerti, vinti, io maturo fermezza e precisione con lunghe passeggiate alternate a digiuni purificatori e continua meditazione.

Si inizia a fare pochi passi a mezzo metro d’altezza, poi si sale un poco e bisogna stare più attenti.

Un mago

Per la verità sono avvocato. La magia è un hobby, un doppio lavoro, la mia seconda vita, segreta. Essere maghi vuol dire saper dire bugie con la faccia di bronzo, un sorriso e un pizzico di compiacimento: chi meglio di un avvocato, dunque!
Gli avvocati sanno custodire segreti, nascondono con abili mosse le leggi naturali e quelle umane per trarne la sola verità che conviene loro, l’imprevedibile colpo di scena, il ribaltamento delle parti…
La magia è hobby per aspiranti eruditi, pazienti studiosi, umili alchimisti, appassionati giallisti, giocatori di scacchi. Poco, actually, c’entriamo nel festival di piazza, più adatti a piccoli palchi, a tavolini e luci soffuse. Ma, non disdegniamo anzi abbiamo trafitto nel cuore il successo dì piazza di Houdini!
Seghiamo donne in due e facciamo sparire conigli: questo siamo per il pubblico acclamante della piazza

A me gli occhi! Guarda il fazzoletto… e voilà, è sparito!
Io sono l’eleganza, il fascino, il mistero.
Amo vedere le facce degli spettatori spalancarsi in espressioni stupefatte, le sopracciglia in cima alla fronte e la bocca come una gigantesca O.
Sono la sorpresa, lo stupore, la meraviglia.
Moltiplico palline e divido le donne a pezzi, faccio sparire conigli e apparire colombe, trasformo l’acqua in vino e ipnotizzo ciccioni e li faccio ballare la morte del cigno.
Come? È un segreto. Sapete mantenere un segreto? Anch’io.
Non cercate di scoprirlo, non tentate di sbirciare dietro il sipario della giacca perché rimarreste delusi e un po’ schifati come davanti a un pelato con la parrucca. Il mio segreto è la bugia: che non è mai bella e affascinante, anzi è spesso volgare.
Vedete il nostro sorriso perenne? vi prendiamo in giro!
E voi pagate volentieri il breve viaggio sulla nostra giostra. Dovete solo rilassarvi e godervi il giro.

Un musico

Polmoni e diaframma, sangue e nervi per percuotere, vibrare, sbuffare, sibilare, gridare. Sfogare rabbia.
Questa è musica, maestro!
Pausa, poi un respiro.
Poi spaziare tra gli altri stati d’animo e cercare, cercare…
Sono cicala che cerca … ma il tempo è poco e l’inverno è alle porte. E cosa ho trovato? Cosa rimane nelle tasche?
Nelle tasche della giacca di stoffa a bequadri morbida (e bemolle) a toni chiari e semitoni chiarissimi, tintinnano chiavi di violino e dal taschino spunta il blocco-note per i contrappunti. Un assolo: un b-ottone infila stecca nell’asola. Nient’altro..

Da quando ho l’autovettura, da quando passo troppo tempo fermo (quattro o cinque turni) al primo semaforo che incontro, appena fuori da casa mia, ho iniziato a suonare anche un piccolo organetto diatonico (a due tonalità) che mi sta comodamente al petto come un bavaglino e sul quale ho incominciato a sbrodolare canzoncine infantili. Sono moltissime le melodie che fai anche con solo sette note! Prima del mio semaforo verde ho messo insieme un buon repertorio e quando lo suono al lavavetri, lui mi dà sempre qualche moneta. Poi, mani sul volante e petto in fuori, parto canticchiando, seguendo le indicazioni di ritmo con il pedale dell’acceleratore
Sono impiegato nel settore pubblico con turno breve e ho un sacco di tempo libero. Fare il musicista non ti permette di mantenere famiglia e io ho già un figlio di tre anni e una di uno.
Ma nel tempo libero vado in centro con il mio sax
venitemi a cercare: sono quello con il cappuccio calcato in testa, per estraniarmi meglio.

Un mimo

Parigi 1976
Tutti i saltimbanchi o gli artisti di strada devono avere, in un modo o nell’altro, aver girato (girare) il mondo.
Prima di tutto un artista di strada è tale perché prima di tutto è un giramondo, un nomade, un Abele, uno che non ha nulla da nascondere nella sua unica valigia di marmo
Avevo diciassette anni, quando vidi per la prima volta degli artisti di strada. Erano gli anni in cui si andava in Francia o in Inghilterra per potere ammirare, studiare e riportare in patria la Commedia dell’Arte, il Mimodramma, l’Arte di Piazza, la Giocoleria, la Clownerie! Parole nuove in un paese che le aveva inventate. Da noi ormai c’era solo il circo tradizionale per bambini con patetici animali e tristi pagliacci.
Fu amore all’istante, erano bellissimi: un piccolissimo circo senza tendone, senza animali e senza direttore, senza inservienti, senza biglietteria, senza sedie né luci né microfoni. Solo un cerchio di piazza, trasformata in luogo magico e unico da pochi e giovani artisti, amici tra loro e indipendenti da tutto: più colorati che bravi. Meglio del Cirque du Soleil! E alla prima occasione mi aggregai
Paris! La città luminosa, lunapark degli innamorati, ottovolante d’arte, di storia e di cultura. Ci sono andato com’è giusto, a diciott’anni, con pochi amici e pochissimi soldi.
Le magiche e romantiche piazzette erano anche il palcoscenico di artisti di ogni tipo: i più comuni e caratteristici erano i mimi.
Da poco tempo, proprio a Parigi, era nata l’arte del mimodramma codificata dal grande maestro Etienne Decroux e poi divulgata dal mitico Marcelle Marceau. La novità constava nel bandire di scena qualsiasi altra arte non fosse quella specifica del corpo umano in movimento, nudo nello spazio. Niente scene o costumi da mostra di pittura, niente testi già scritti sui libri: un corpo umano può rappresentare tutto e debitamente pervaso di energia si trasforma in un albero, nel vento, in fuoco.
Per raccontare tutto ci vuole una vita o un migliaio di narratori.
Decroux ci mise una vita e i suoi allievi furono mille volte mille ma c’è ancora tanto da raccontare e c’è posto anche per noi, appena nati.
L’attore rappresenta l’ambientazione nel quale si trova ad agire con un codice intellegibile a tutti, (universale): c’è aria fresca e un venticello profumato, c’è un ruscello buono da bere, poi c’è una mucca.
Non so se Decroux avesse analizzato e codificato anche il ruminante ma certo avrebbe ammesso dopo trent’anni di silenzio i versi e i suoni (non le parole!) che scaturiscono dal corpo in grado di aiutare la comprensione.
Certo non avrebbe voluto vedere stereotipi poco evocativi, forse avrebbe ritenuto sufficiente una parte per il tutto, chissà: seminascosta da una roccia si intravvede una coda che frusta pigramente l’aria scacciando mosche.
Il mimo è prima soddisfatto escursionista, poi mucca: due elementi di una possibile storia minima.

spesso accompagnato da una musica evocativa, vestito rigorosamente in calzamaglia nera, con la faccia imbiancata, il fisico asciutto, era la figura tipica nelle piazze della Parigi anni ’70.
Il mimodramma è una storia raccontata senz’altro che un mimo. Eppure “mimo” e “minimo” non hanno alcuna parentela etimologica.

Il primo passo richiede anni e anni di preparazione.

Si inizia come statua,
Dipinto di bianco come il marmo o decorato come trionfi di frutta, divento opera dalla comunicazione diretta (la statua ha uno spettatore solo, ingaggiato in una specie di sfida) sono maestri sia di tecnica corporea sia di quella figurativa. Questa forma di espressione richiede nella sua essenzialità qualità sublimi.
Il suo fascino sta nell’immobilità (non batte ciglio!), nell’ambiguità (di che materiale è?), nell’ attesa (Quanto resiste?), nella tensione (cosa succederà?)
Il mimo sa giocare con questi elementi calibrando, per ciascuna performance, il giusto tempo, il ritmo, vincendo la sfida grazie alla sorpresa. Lo spettatore ride quando all’improvviso la statua prende vita e sa di dovere pagare il trillo argentino della sua voce in egual misura con moneta suonante.
Prima solo poi in due
Un mimo è sempre innamorato
Scuola e piazzetta per quattro intense stagioni
Notte con il naso sotto la finestrella sul tetto appena sotto le stelle in due a Paris…
Giulietta e romeo senza parenti in un’altra città
Statue o quadri mobili o anime vere…
Mai una cartolina a mamma che ho lasciato con un – chissà… addio?

Lei era una “seguipersone”

Il segui persone è un clown, spesso vestito con abiti ordinari, senza trucco né parrucco. Ma tutti lo vedono, risalta nella piazza affollata come illuminato da un faro. Non occupa uno spazio limitato ma svolazza come una lucciola.
La sua forza è il doppio. Il passante arriva nella piazza e subito il suo occhio viene catturato da qualcosa di strano (anomalia): ci sono due persone identiche, che si muovono come gemelli siamesi, camminano in fretta uno dietro l’altro, quasi attaccati. Poi si fermano, si girano a guardare dietro, ripartono, ridono zigzagando tra altri passanti che, a ben vedere, sono diventati tutti anch’essi spettatori.
La forza del segui persone sta nel gioco pericoloso dello sfottò (il prendere in giro)
un malcapitato il quale si trova inconsapevolmente al centro di uno spettacolo comico e in sovrappiù, in veste di clown! È una condizione che non piace a nessuno, spesso neanche a chi amerebbe fare il pagliaccio.
Poi lei mi ha lasciato e

Un trampoliere

precisiamo subito: c’è trampoliere e trampoliere …
vediamo di non confondere! intanto questa non è una figura tipica del teatro, anzi. Al teatro è arrivata ultima, con il ’68. Prima era o un gioco o una scala mobile per lavori in altezza (pastori, imbianchini, accendi lume)
Certo anche prima l’abilità nel reggersi sopra due lunghe pertiche è stata esibita come attrazione ma mai da sola o da protagonista.

I miei primi trampoli venivano dalla Provenza, intagliati in un unico ramo.

Andare sui trampoli è facile (basta spostare sempre il peso da un puntale all’altro come quando si cammina sui soli talloni) ma è qui che casca l’asino!
Per quelli come me il trampoliere è un arte che va allenata quotidianamente per essere migliorata, rinnovata… i miei ragazzi sui trampoli sono ballerini della Scala! Sanno piroettare con grazia, saltano, slanciano le gambe più lunghe del mondo in alto, rallentando le ampie falcate. Attraversano il palco come giraffe, hanno all’occorrenza ali di seta come giganteschi albatros in volo, si mimetizzano come Amantidi dalle spaventose zampe …
Fatturiamo un botto e possiamo investire in costumi ed effetti speciali sempre più ricchi. Siamo una cooperativa ammessa ai contributi statali e ben piazzati nell’organizzazione di grandi eventi. Io e mia moglie. I ragazzi vanno e vengono (poi quasi sempre vanno definitivamente) perché il loro è un lavoro duro, di sacrifici e bisogna pagarli poco come insegnava il grande Bejart (“Un ballerino appagato è un ballerino morto”)

Io non ho problemi a svelarvi i miei segreti, tanto ormai mi copiano tutti, perché sono comunque un passo avanti (un passo dei nostri)

“Sfarzo e sfoggio!” Questa è la formula vincente
Costumi raffinati sopra una spolverata di nozionismo (la cultura è come la marmellata: meno ne hai più la spalmi. E perché non sia pesante, pochissima deve essere).
I miei spettacoli? Prometeus” (uomini nudi e fuoco), Medea e Medea (dee, vestali, mogli di eroi, “Vampiri ed Arpie” (alate e inquietanti figure), “Aracnideo” (un mondo di insetti e fili sottili), “Soleluna” (fiaba con giochi di luce ed ombre) … c’è la versione itinerante, quella ridotta e quella completa di fuochi d’artificio, fumi colorati e raggi laser che dura un’ora ed è veramente troppo ma il mercato richiede anche questo.
Che cos’altro? belle foto e tanto tempo al computer inviando proposte. Rimpiango quando ero a mia volta trampoliere …
Conoscevo un aiuto regista di un prestigioso teatro d’opera che mi ha dato la “dritta” per un provino facile: una “ripresa” della Boheme di Zeffirelli, trampoliere nel secondo atto (poche azioni, molte repliche, ottima paga).
Il fondatore del cirque du Soleil” era un trampoliere che accompagnava un suonatore e un giocoliere e dal Canada ha invaso il mondo. Io non mi lamento: sono anche presidente della federazione dell’arte di piazza e me ne so giovare. In effetti potevo fare anche altri mestieri, ma quel pizzico di vanità …

Ero un ragazzo come tanti, ora sono il direttore del “Teathre de la Nuit” e dell’associazione Mela tiro
cercatemi sul web

Un madonnaro

aiutatemi: non ci arrivo! Proprio non riesco a capire. Com’è che a me i miei disegni paiono se non più belli, almeno belli come quelli di Michelangelo? Non ci son Santi! Datemi un qualunque soggetto e ve lo fo più bello.
il buon Buonarroti era un Sommo! Ma chi non lo sarebbe diventato, con un po’ di talento, se per tutta la vita non avesse fatto altro: mescola colori, stendi colori … piano su giganteschi muri di chiese: anni e anni per poche Madonne. Cinque ragazzini appena per dipingere le chiese di intere province. Certo che era bravo! E quando il papa ha chiesto il migliore, scelse tra tre e ne fece il più grande. Non nego talento e doti rare ma fate un poco il paragone:
solo a firenze ora siamo in mille, le chiese tutte dipinte le poche nuove son spoglie: quando avremo la nostra occasione?

Un clown

Mi chiamo Toc toc e sono un pagliaccio
Disoccupato. Lavoravo (come tutti i pagliacci) in un circo grande, colorato, favoloso… che però ha chiuso, è fallito, è morto. Avete mai visto morire un circo? Si sgonfia come un palloncino bucato sputacchiando gli artisti qua e là e alla fine rimane solo un po’ di plastica ammosciata e facce tristi tutto intorno.
Sono nato metà trapezista e metà domatore: trapezista da parte di madre e domatore da parte di un amico di mio padre. Da piccolo sognavo di diventare Portiere d’Albergo.
Ne avevo visto uno, l’unica volta che ho dormito in una stanza con i muri, ospiti di un Grand Hotel dove eravamo stati invitati a rappresentare lo spettacolo: lui era lì, in centro al salone, elegantissimo come il nostro Direttore (ma senza un filo di polvere e senza odore di pipì di tigre). Stava seduto dietro ad un enorme bancone lucido e tutti si rivolgevano a lui come ad un Re sul trono e lui distribuiva enormi ciondoli dorati con una chiave attaccata. Quella notte ho dormito malissimo perche quando mi muovevo nel letto la stanza rimaneva immobile invece di dondolare dolcemente come la mia carovana.
Io, Portiere d’Albergo, avrei dato a ciascun cliente la chiave della stanza giusta per lui e io avrei dormito in una di legno con le ruote sotto.
E a tutti quelli che fanno toc toc alla porta, direi: “son io!” e a quelli che mi chiamano: ”Toc Toc!” direi “avanti!”
Sono un pagliaccio! ho incominciato a inventare barzellette che ancora non sapevo parlare bene: (barzelletta)
Una storia vera non ce l’ho: i pagliacci non vivono storie avventurose come quelle di cavalieri o eroi di vario tipo. Noi entriamo in pista, l’attraversiamo e usciamo dall’altra parte, un passetto alla volta, senza grossi balzi ma quando ce ne siamo andati, il pubblico non aspetta altro che il nostro rientro.
Noi siamo le cicale che cantano al sole mentre le formiche lavorano. Guai se non cantassimo (e le formiche lo sanno) perché l’estate si rifiuterebbe di arrivare!
Noi siamo la leggerezza che gli adulti hanno perso. Di noi puoi ridere se non sai ridere di te.

Ora sono disoccupato, come molti direttori di banca dopo la grande crisi, ma continuo a ridere di tutto e vado per la strada, in centro dove c’è gente, col cappello in mano
“Attenzione… capriola! … Lo so, al circo fanno più difficile… volete vedere più difficile? … Ma certo, però dovete andare al circo!”
Passano lavoratori stanchi, professionisti frettolosi, mamme timorose, bambini distratti

Sono un lusso che pochi si possono permettere, sono gratis e per questo disprezzato dai più.
Ma quando un ingenuo di ogni età incontra i miei occhi e apre i suoi è il mondo che sogna

L’uomo proiettile 1913

Giovani lettori, la vita è un cammino imprevedibile: da piccoli si sogna di diventare astronauti, dottori o calciatori e qualunque sogno potrebbe davvero realizzarsi. Ma a passo a passo scopriamo se la strada percorsa porta diritta o no a quella meta. A volte prendiamo stradine impervie che sembrano non portare ad alcunché e invece rivelano paesaggi meravigliosi. A volte, ci lasciamo prendere dalla strada larga, ricca di abbaglianti richiami.
Quale è quella giusta?
Lasciate vi racconti questa mia ormai quasi sufficientemente lunga esistenza che è anche un cammino nell’impervio nonché rutilante mondo dello spettacolo.

era chiaro a tutti, sin dalla mia fanciullezza, che preferivo starmene con la testa sprofondata nel cuscino della poltrona (con i piedi per aria) piuttosto che non sui libri di scuola e che, agli esercizi di matematica, preferivo gli esercizi ginnici.
Anche a sei anni, dopo avere assistito al mio primo spettacolo di circo, avevo dichiarato che avrei fatto il funambolo ma le mie velleità furono molto perentoriamente atterrate con la forza della ragione:
-Studia con impegno e potrai fare tutti i mestieri del mondo: il poeta, il ragioniere, persino l’assicuratore o l’astronauta! C’è una sola eccezione … l’artista di circo. il solo modo per diventarlo è essere nati in un circo: è un mestiere che si tramanda di padre in figlio. E io faccio il commercialista!” diceva mio padre.
A ventitre anni, quando mi sono sposato con una giovane Maraviglia e abbiamo messo al mondo una figlia, pensavo di avere già vissuto abbastanza. Avevo persino realizzato tutti i miei sogni, concentrati magari in brevi avventure (cacciatore di serpenti, eremita, scalatore). Sapevo che nel mondo erano infinite le persone che non avevano avuto in tutta una vita, quello che io mi ero goduto in pochi anni.
Volevo fare il poeta e mi sarebbe bastata una rima o un verso soltanto per diventarlo.
Ho fatto altri mestieri per raccattare il necessario e, quando a ventisette anni, ad una svolta della mia vita, ho deciso di diventare grande e dedicarmi in modo serio ad una professione, ad un lavoro che desse tranquillità, ho scelto senza indugio di seguire la via stretta e tortuosa e così ho dato l’annuncio anche ai miei genitori: – papà, mamma, farò l’artista di strada!
Mi è andata bene continuando a cambiare nome d’arte e costume: un giorno ero Caprice il Mago, la stagione dopo mi inventavo Denden, il clown… non ero mai soddisfatto, mi stancavo dell’idea e subito ne trovavo un’altra.


Spara il cannone

S’alza un cannone
S’avanza un uomo vestito da star
Saluta, s’infila
nella bocca fumante
E sparisce.
Sarà sparato
Dove?
Dov’è il bersaglio?
È nel cannone il bersaglio
È dritto nel tuo cuore
Spara il cannone, spara il cannone
Ancora non spara

La gente riprende con il telefonino
Nessuno vede l’uomo proiettile
Chiuso nel tubo
Canta per sentire
Il bel rimbombo
e non sentire fuori chi grida:
ho la batteria scarica, svelto!

Dura un secondo
Non tutta una vita
passa davanti
solo gli ultimi gesti
Quando ha fissato la rete
Al camion del cannone
Che per il rinculo ha ora strappato le cime
Ad afflosciarsi una rete ci mette un secondo
Non posso atterrare
Continuo a volare

Uno sputafuoco

1976 santa Marta, san Carpoforo, san Giovanni Bosco?
ho debuttato come sputafuoco dopo un corso al centro sociale santa Marta, presso la chiesa sconsacrata di San Carpoforo e, grazie alla benevolenza di don Bosco protettore dei saltimbanchi, non sono morto di broncopolmonite fulminante o per ustioni, malgrado il fatto che per fare questo sporco lavoro ci si debba riempire la bocca di kerosene e poi giocare con il fuoco!
non mi ha ucciso né il fuoco né il veleno ma le multe salate. e le bollette del gas. l’ultima no, non è causa ma effetto.

Un teatrante di piazza

erano gli anni settanta e si cresceva a pane e pupi (bread and puppets, pupi e frisedde). All’università i professori erano capocomici di ricercatori, antropologia e animazione teatrale erano un’unica materia. Si mangiava tanto! Abbiamo visto i pupazzi diventare giganti (tornare giganti) e marciare per sentieri impervi ma ospitali, di paese in paese, su e giù dagli Appennini alle Ande.
Ritorno alle origini, quando la processione del venerdì santo era occasione di lavacro, di denuncia, di contrappasso. Ad ogni sosta, un testo svelava un mistero, sacro o profano. L’itinerario stabiliva il tema come un paesaggio condiziona un pittore.
Il viaggio era anche il tema. Ulisse, Zampanò, achab, mosè
insomma leggevamo tanto. ora qui il tempo, invece, è tutto altrove…

dei Commedianti di piazza

Oggi siamo arrivati in un piccolo paradiso nascosto nel grande inferno della città. Se possiamo, evitiamo le città, e Milano in particolare, ma questa volta la tappa era obbligata.
Sapevamo del Piccolo Circo e siamo venuti a curiosare: l’indirizzo corrispondeva a un anonimo cancello da cantiere e i cartelloni pubblicitari nascondevano un’area apparentemente incolta, traboccante di rampicanti e altre piante selvatiche.
Ma quando l’omino è venuto ad aprirci, abbiamo assistito ad un vero e proprio colpo di teatro: dietro al cancello scrostato (sipario consunto) c’era un giardino incantevole e un magico rifugio per noi.
Siamo Commedianti, teatranti di strada, saltimbanchi girovaghi. Viviamo nei nostri camper seguendo le saghe e le feste su e giù per il Bel Paese
.
Questa stagione ci siamo aggregati con un’altra famiglia e un musicista. Tre camper da rifornire e dieci bocche da sfamare.
In tanti ci si aiuta, ci si divide i compiti e tutti hanno una parte alla ribalta.

Viviamo di lodi e di applausi, più gratificanti di pranzi luculliani. Pane cipolle e ovazioni sono irrinunciabili.
Abbiamo visto tutti i punti cardinali con una piroetta, un giro di pista, il giro del mondo. Perché trovi l’America anche dentro di te, scopri la miseria degli uomini come apri la porta. E non è importante dove vai ma quello che cerchi. Accumuliamo tesori luccicanti: gli occhi di bambini felici, ci sentiamo ricchi perché abbiamo tutto quello che vogliamo
Abbiamo tanti amici, storie da raccontare, un fuoco per scaldarci
Ma non immaginateci come i nostri più famosi antenati: Arlecchino è cambiato più volte fino a diventare, recentemente un figlio dei fiori, arcobaleno e pacifista la cui maschera stilizzata è portata al collo come simbolo e il suo costume è la bandiera universale della non violenza. Ora non lo riconosci più, sono io, quel signore un po’ pelato e con la pancetta che potrebbe fare l’elettricista e mia moglie dall’aspetto di un’insegnante.

il simbolo della pace: l’impronta di colomba nel cerchio! Sono due grandi occhi con sotto due piccole narici.
pace

Tra tutte le congreghe, gli insiemi, i sottogruppi umani, i commedianti di strada sono i più professionali.
Abbiamo perso l’uso della prima persona singolare, non sappiamo più distinguerci come individui perché abbiamo tutto in comune.
Siamo una tribù. Un branco di elefanti che guarda con compassione il solitario costretto a non dividere ma a moltiplicare.

Soprattutto vale più l’affetto di molti che il proprio soddisfacimento
Chi sceglie questo mestiere sceglie gli altri.
Chiusi in un cerchio ma aperto al mondo, cerchiamo contatti e apriamo le porte. Non abbiamo neanche le porte!
Gli altri non sono mai altri per chi gira
Il nomade è Abele
È Caino lo stanziale, il residente, il sedentario, il proprietario
i nostri beni sono sepolti Il bisnonno ci lascia in eredità buona terra, il nonno è concime, il babbo è ancora cibo per vermi e io sono pronto

antologia di porta voltaultima modifica: 2015-10-21T11:22:31+02:00da claudiomadia

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