le vacanze del Caio

seguito di ascensore per lo spazio

In macchina

La macchina del mio papà è grande. Più grande di quella del papà di Giosuè.
Quest’anno è rossa-bordeaux. L’anno scorso era beige. È una macchina francese. Quasi ogni anno gliene rubano una ma lui è assicurato e se la ricompra: non nuova ma quasi. Gli hanno consigliato di cambiare modello perché i ladri, quando vogliono una macchina come quella, sanno dove trovarla ma lui dice che un altro modello così non c’è e lui vuole proprio una macchina così: molleggiata, spaziosa…

Giosuè è il mio migliore amico: siamo compagni di classe, abitiamo nello stesso palazzo e andiamo insieme all’oratorio e a ginnastica. Sua mamma è francese e perciò lui è mezzo francese, parla strano – invece di nave, dice ‘battello’, invece di pallone dice ‘ballone’ ecc. – e fa il tifo per le cose francesi…

La macchina, anzi l’automobile, del suo papà è italiana. Sta chiusa in garage quasi tutto l’anno perché il papà di Giosuè va a lavorare con l’autobus.
Giosuè dice che le macchine, pardòn, le automobili italiane sono le migliori.
Ma è solo invidia, perché la macchina di mio papà è più bella.
In realtà a me non importa di avere la macchina più bella o più grande, anche perché c’è sempre qualcun’altro che ha il papà con la macchina più bella e più grande di quella del mio.
Neanche a Giosuè importa poi molto della macchina del suo papà.
Tanto lui ha, di suo, un’automobilina radiocomandata 4WD rossa che è l’invidia di tutti! La presta a chiunque perché ha un cuore grande da italiano, mezzo-italiano.
L’ha ricevuta a Natale dell’anno scorso. Io a Natale, invece, ho ricevuto un cavallino rosso, di pelle, che sembra vero e che si può cavalcare. Ma mia sorella Clara ha tanto insistito che gliel’ho regalato. Io e Giosuè siamo molto simili però lui è generoso e io, evidentemente, fesso.

La macchina francese del mio papà è comoda e spaziosa.
In famiglia siamo in sette: papà e mamma, e cinque figli e, in una macchina comoda e spaziosa, ci stiamo scomodi e stretti.
Ci stiamo, letteralmente, al pelo.

Eccoci! Stiamo andando verso i mari del sud, a più di mille chilometri da casa, a passare un mese di vacanza in una casa affittata su un’isola così piccola che si gira tutta a piedi.

Dodici ore di viaggio in autostrada stipati come sardine: alla guida c’è papà; di fianco c’è Anna, la più grande e Giò, il più piccolo; passeggeri in seconda fila: al finestrino sinistro la mamma, al finestrino destro Leo che ha le gambe lunghe e in mezzo io e Clara.
Il bagagliaio della nostra macchina è ampio però ce ne vorrebbero due di bagagliai così per contenere tutti i nostri bagagli.
E non avendo due bagagliai, metà delle borse, le più morbide, sono state pressate sotto le gambe di Anna (che tanto davanti c’è spazio), sotto le mie gambe (che tanto sono corte) e un po’ anche sotto le gambe di Clara (che le ha un poco più lunghe delle mie).
Ogni cosa è stata sistemata al millimetro.
Ma al primo – Ho sete – di Giò la situazione precipita.
– Dove è il termos?
I bagagli sono stati preparati, catalogati e controllati dalla mamma. I figli hanno fatto catena per trasportali con l’ascensore di servizio fino al garage dove papà li ha caricati in macchina. La mamma ha fatto un ultimo giro per casa per controllare di non aver dimenticato nulla, Leo e Anna hanno ispezionato i pianerottoli e l’ascensore e il papà si è accertato che tutto fosse a bordo prima di dare il via.
Le precauzioni non sono mai troppe.
Ogni anno dimentichiamo di portare qualcosa: la borsa delle pinne, la sacca delle scarpe, la borsa frigo, il termos…
– Ho sete!
– Chi ha visto il termos?
Cerca di qui, cerca di là, sposta, muovi… dopo un minuto niente è più come prima: anche Leo e la mamma affogano ora in un mare di borse smosse.
Il termos non c’è. Non fa niente.
– Ci fermeremo più spesso…

Il viaggio di dodici ore dura ormai da tredici ore. Papà dice che siamo quasi arrivati.
È stata dura: Giò dorme in braccio ad Anna ma poco fa, prima di arrivare alla fatidica Area di Servizio & di Ristoro, ha vomitato. Su Anna, sulla mia valigetta bianca, sul suo zainetto dei giochi.
Quando ci siamo fermati c’era un pullman di turisti tedeschi che ha visto una macchina francese vomitare persone, bagagli, asciugamani e imprecazioni tipicamente italiane.

Manca poco. Siamo tutti ripuliti e rinfrescati, i bagagli sui quali sediamo sono stati ricoperti di asciugamani nuovi, l’umore dell’equipaggio è tornato alto: abbiamo pure intonato ‘La famiglia dei Gobbon’ con la mamma e Clara che facevano la doppia voce e papà e Leo che stonavano; abbiamo giocato a Morra cinese e Clara ha vinto, come sempre; la mamma ci ha mostrato entusiasta l’ennesima Certosa segnata sul suo libretto turistico ma dalla strada si riusciva a intravedere a malapena. Il papà, che ci vede poco e porta occhiali con lenti spesse, guarda solo la strada e non vede mai niente. La mamma: – Eccola lì, sulla collina!
– Cosa?
– La Certosa!
– La dove?
– Lì, dietro!
– Come dietro?
– Eh…ormai è passata. Dai, fai inversione! È proprio lì! Quando ci ricapita un’ occasione così!
A mio papà, delle Certose, delle case di Garibaldi o dei filari di pioppi cantati dal poeta, non importa niente e comunque non c’è tempo di fermarsi.
Lui guarda solo la strada e non vede mai niente. Tranne la grande fabbrica di birra che si affaccia sull’autostrada e ogni volta che ci passiamo davanti dice: – Guardate bambini, lì fanno la birra!
Lo dice ogni anno, all’andata e al ritorno. Quando sarò grande anch’io lo dirò ai miei figli, così, tanto perché queste simpatiche tradizioni non si perdano!
Così come insegnerò loro la Morra cinese che giochiamo sempre e solo in macchina. La conosci? Si gioca come a pari e dispari (bim bum bam!) ma si tira solo lo zero che è Sasso, il due che è Forbici e il cinque che è Carta. Sasso batte forbici, forbici batte carta, carta batte sasso. E le varianti? Le abbiamo inventate io e Clara: il pugno che fa il sasso si trasforma in accendino – Accendino batte carta! – e la mano aperta che fa la carta si trasforma in doccia – Doccia fredda batte accendino! – Già, ma rubinetto batte doccia! E così via…

Ogni anno papà, durante il viaggio, cerca anche di spiegarci il Sistema Binario. Quest’anno finalmente l’ho imparato.
È il sistema con il quale l’uomo ha insegnato alle macchine a fare di conto.
– 16×14?
– 124!
Più veloce di un fulmine! Anzi, veloce COME un fulmine, infatti il sistema è basato proprio sul passaggio di elettricità: passa o non passa, acceso/spento, on/off, in inglese e, 0/I nel linguaggio delle macchine.
Così l’uomo ha trasformato il sistema decimale ( 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 0) in un sistema binario (0, I). Due segni solamente!

Immaginati tante lampadine in fila, tutte spente.
È lo zero!
0-0-0-0-0-…
La prima lampadina si è accesa! È l’uno!
I-0-0-0-0-…
Si accende solo la seconda lampadina: è il due
0-I-0-0-0-…
Per fare il tre si fa: uno più due, cioè si accendono la prima e la seconda lampadina.
I-I-0-0-0-…
Per fare quattro bisogna accendere una nuova lampadina, la terza, che diventerà la lampadina che vale quattro.
0-0-I-0-0-…
Per fare cinque si fa quattro più uno cioè si accendono la prima e la terza lampadina…
I-0-I-0-0-…
Sei è uguale a quattro più due
0-0-I-I-0-…
sembra difficile ma se ci rifletti un po’ scoprirai che può essere un giochino divertente.

La nave

Dopo quattordici ore di autostrada, di cui due di sistema binario, siamo arrivati al Porto, abbiamo lasciato la macchina in un parcheggio e ci siamo imbarcati sul traghetto per le Isole.

– Acceso, spento, acceso, spento, il faro.- Lo vedo dall’oblò della cabina dove siamo alloggiati Clara e io. È come essere sul treno ma c’è l’oblò piccolo e tondo al posto del grande finestrino rettangolare. E non c’è scritto: VIETATO SPORGERSI DAL FINESTRINO (nicht hinauslehen, do not lean out, ne pas se pencher aux dehor) e neanche: NON GETTARE OGGETTI DAL FINESTRINO (do not trought anything out of the window, keine Gegenstande aus den Fenster werfen, ne pas jetez aucun object par la fenetre).Non ci sono questi avvisi perché l’oblò non si può aprire, anzi è ben sigillato con grossi bulloni.
I letti si chiamano cuccette come sui treni e sono uno sopra l’altro.
Questa volta è toccato a me stare sopra, perché Clara sta in alto tutto l’anno nel nostro letto a castello di casa.
– Acceso, spento, acceso, spento – io dalla mia cuccetta riesco a vedere bene mentre Clara, in basso, non vede un bel tubo.
– Il faro mica si accende e si spegne! È una luce che gira e… ora la vedi, ora non la vedi.- puntualizza Clara un po’ nervosetta.
– A volte sì, a volte no! Ci sono dei fari che si accendono e si spengono!
So tutto sui fari, sulle luci all’imbocco dei porti, so come tracciare una rotta, so che cos’è un sestante ma non lo so usare.
Quest’anno a scuola abbiamo fatto un laboratorio teatrale proprio sul mare e abbiamo imparato un sacco di cose.
Da grande andrò all’avventura e girerò il mondo, trovando passaggi per i luoghi più sperduti, imbarcandomi come mozzo.
Già quest’estate andrò all’avventura, su un’isola poco più grande di uno scoglio. Sarò un pirata, sono già un pirata…

Dal Diario di Bordo del Pirata Miccia Sbruciacchiata del 22/6/1779
Ventiduesima notte di navigazione. Ancora bonaccia. La nave beccheggia pigramente mentre la luna brilla come un mestolo d’argento sopra la scodella della mia nave e mille piccole lune riflesse occhieggiano tra le onde, come brillanti sparsi sulla tovaglia del mare.
Ho fame. E non di carne salata e gallette! … Per Giove! …anzi, Per mille balene!
Ho fame di prede prelibate: galeoni con le stive stracolme di tesori!
Issato sulla coffa c’è il mozzo che fissa l’orizzonte. Siamo a caccia. Caccia grossa, carne grassa: capidogli con la groppa gonfia di olio e ambra!
Sono un brigante poeta… sono un sognatore che ha deciso di procacciarsi pane e companatico all’avventura. Sì… bella avventura! Prova tu a restare con la tua nave piantato tutto il giorno come un albero maestro a far radici in mezzo a un mare che sembra morto senza avere niente da fare. Solo aspettare che venga il vento per muoversi, navigare, veleggiare, virare, strambare e poi planare, solcare le onde, arare il mare, seminare pioggia e raccoglier tempesta, incrociare, bordeggiare e abbordare galeoni, insomma ANDARE!!!
Cammino avanti e indietro sul cassero. Che cosa stupida tornare sui propri passi! Ma cos’altro fare?
La prima ora contempli l’aria ferma che si confonde all’orizzonte con il mare, la seconda ora sei sicuro che vedrai almeno un pesce, un pescecane, un tonno saltare dall’acqua, la terza ora scendi in cambusa a mangiucchiare… gallette e acciughe salate, puah! la quarta ora sali sulla coffa a maltrattare il mozzo, la quinta ora la passi gettando sguardi come fossero dadi sicuro di fare, prima o poi, 12, il punteggio vincente, insomma di scorgere, improvvisamente emersa dalle acque, lo spruzzo e la groppa di una balena. Oppure il ciuffo di una palma su un’isola gobba.

Clara: – E se naufraghiamo?
– Ci sono le scialuppe di salvataggio e i salvagente.
– E se poi è come nel Titanic che non ci sono scialuppe per tutti?
– Ma se non c’è quasi nessuno sulla nave!-
Vero, noi partiamo sempre e solo in bassa stagione.
Papà ama troppo il mare e, sulle sue vacanze, ha idee molto precise ed è molto esigente: NO in agosto, NO in albergo, NO sempre nello stesso posto, NO in Riviera.

Le vacanze degli altri

Ci va tutto il mondo, in Riviera! Noi non ci siamo mai andati.
Amici e parenti mandano cartoline tutte uguali. Ci sono file di pallini colorati: sono gli ombrelloni, e infiniti puntini neri nell’acqua: sono i bagnanti. Non nuotano, stanno in piedi nell’acqua e, anche lontanissimi da riva hanno sempre e soltanto i piedi in acqua.
Giosuè e Sergio vanno addirittura nella stessa località tutti gli anni e Nico va in un posto a venti chilometri di distanza da loro.
Io, Giosuè, Sergio, Fede, Nico e Fabri siamo amici: siamo una compagnia. Giosuè, Sergio, Fede e io siamo compagni di classe invece Nico, Fabri, io e Giosuè abitiamo nello stesso condominio.
Nico è più amico di Giosuè e Fabri è più amico mio. Io e Giusuè siamo amici per la pelle. Però d’estate Giosuè e Sergio vanno in riviera insieme.
Fede va da quelle parti – ma in campagna – perché sua nonna è di lì.
Fabri va al lago ed è tagliato fuori.
Quando ci si rincontra, a settembre, con Giosuè e gli altri amici, abbiamo sempre un sacco di cose da raccontarci. Le cose che racconterò io, penso, saranno di sicuro le più avventurose, invece basta che Giosuè dica: -Ti ricordi al Galeone d’oro?- e giù risate, commenti, aneddoti. E un aneddoto tira l’altro. Anche Nico ha conosciuto un tipo che aveva saputo di quell’altro che aveva fatto quella famosa cosa al Galeone d’oro e ride anche lui come un matto. – Cos’è che ha fatto? – chiedo ma la risposta è uno sguardo e un’alzata di spalle che sta a indicare che io non posso capire…
Provo a impressionarli un po’: – Io ho fatto pesca subacquea e ho visto uno squalo!
Neanche mi sentono, loro parlano di un pianeta che non posso neanche immaginare: compagnie, ragazze, giri in pedalò, pizze e gelati, eventi, animazioni, giochi organizzati, parchi dei divertimenti acquatici, luna park, discoteche… anche di sera fino a tardi!
Mi giro e vedo sulla faccia di Fabri l’espressione di chi, sempre andato al lago, si sente inesorabilmente tagliato fuori.
Ma io sono stato nei mari del sud!
Le cose che ho da raccontare non hanno, evidentemente, il sapore delle cose mangiate in compagnia.
È come quando, i lunedì mattina, tutti parlano della partita di calcio che tu, unico della classe, non hai visto.

Quest’anno le mie vacanze saranno più avventurose persino della storia che ci siamo inventati al Laboratorio Teatrale! – Eh, boom! – Sì, è facile, basta volerlo. Basta cercare il pepe nelle cose.
E comunque, anche se non capitassi sull’Isola della Paura, se non mi capitassero Pirati guerci o squali antropofagi, usando la fantasia e un diario sul quale fantasticare…

Dal Diario di Bordo del Pirata Miccia Bruciacchiata del 23/6/1779

Ventitreesima notte di navigazione. La nostra bella nave è, da questa mattina, squassata da una terribile bufera. Abbiamo perso due scialuppe e un uomo, l’albero di trinchetto è ridotto ad un moncherino. Carne salata e gallette sono rimaste nella dispensa. Nessuno ha appetito…
C’è aria di naufragio. Non si sente col naso ma con la punta delle orecchie. E’ il mare che suona la sinfonia della potenza! È il vertiginoso assolo della forza distruttrice che con il suo esercito di suonatori travolge l’unico spettatore.

Nel laboratorio, con il maestro Corrado, abbiamo ricostruito una tempesta.
Cioè, per prima cosa ci siamo inventati dei personaggi ognuno con il suo vestito, la sua storia, le sue cose nelle tasche e così via, poi abbiamo pensato a una nave, il ponte di una nave con l’albero in centro e le sue sagole e le drizze tutt’intorno, poi ci siamo saliti e abbiamo immaginato una tempesta. Eravamo un gruppo, tutti insieme, sballottati da onde immaginate così bene e così all’unisono che sembrano vere!

Clara si rigira inquieta nella sua cuccetta…
– Cosa vedi dal finestrino?
Non si chiama finestrino! Ma non glielo dico
– Siamo ancora in porto.
– Sicuro che non naufraghiamo?
– …
– Posso venire nella tua cuccetta? – Clara è più grande di me e molto più alta ma è più fifona e io sono più buono e la lascio salire.
– Non naufraghiamo, sta’ tranquilla!
Per fortuna! Certo che non sarebbe male tornare a casa e dire agli amici: – Sai, abbiamo fatto naufragio…

L’isola

– Non naufraghiamo, sta’ tranquilla mamma …
– Mi raccomando …
– … siamo lupi di mare!
– … tornate prima di sera!
– Torneremo ricchi e famosi! – Giò spera di trovare un tesoro. Lui è particolarmente sensibile a tutto ciò che luccica.
La mamma ci saluta con la mano mentre Clara, Giò e io scendiamo al porto con il canotto, i remi, il retino e il salvagente di Giò.
– Ciao, mamma – penso – andiamo all’avventura, torniamo tardi, magari un po’ acciaccati ma torniamo. E dico – Addio!
Il nostro è solo un picnic sugli scogli, in un posto molto selvaggio che Clara e io abbiamo scoperto durante la nostra prima esplorazione.

Quando arriviamo in un posto nuovo, andiamo subito in esplorazione e la prima cosa che facciamo è uscire dal paese e guardarlo da fuori.
L’ideale è trovare un posto in alto: una collina.
Dall’alto individuiamo la casa dove abitiamo, il centro del paese con i negozi e prendiamo possesso del territorio, a partire dal cucuzzolo. In posti come il cucuzzolo c’è sempre un tabernacolo o un altarino un po’ scrostato, Clara e io ci ripromettiamo di tornare a pulirlo e, subito, gli offriamo un mazzetto di fiori di campo trovato nei paraggi.
Quest’isola è tale e quale a quella che ti puoi immaginare.
C’è un piccolissimo porto, un approdo, con un molo corto al quale attraccano solo le barchette. La nave, il battello, col quale siamo arrivati, ha calato l’ancora al largo e le barchette sono venute sottobordo a caricare passeggeri e bagagli. C’è una spiaggia delimitata da un muretto e sulla strada principale si va solo a piedi o con l’unico motofurgone, quello di Cino che è il padrone del Minimarket ma che è anche il facchino.
Ci sono case in fila sulla salita e dopo la curva c’è il Minimarket; poi la chiesa con il sagrato che si affaccia sul mare che è anche la piazza dove, alla mattina, il pescatore vende il pesce. Le case sono raggruppate attorno alla chiesa: la casa di una turista giapponese, la nostra, quella del pescatore che ha una veranda dove si va a mangiare il pesce che gli abbiamo comprato la mattina… Poi la strada diventa stradina e sale nei campi fin sul cucuzzolo.
Dal cucuzzolo l’isola si vede tutta: il porto, la costa fino alla punta, la spiaggia grande, e dietro a noi la scogliera. Da quella parte la discesa è ripida ma si può scendere lo stesso fino agli Scogli Piatti. C’è una specie di piscina naturale scavata negli scogli che le onde riempiono, di tanto in tanto, di acqua fresca.
È lì che stiamo andando a fare il picnic.
La mamma ci ha dato pane, cipolline sottaceto, pomodori, uova sode e un grappolo di uva. L’acqua nella borraccia sarà razionata, ma tanto noi andiamo a giocare ai Naufraghi su un’isola deserta, il gioco numero 35.
Clara e io ci inventiamo i giochi e li numeriamo, così basta dire: – Giochiamo al 14! – e io so che devo travestirmi da bambina e fare Caia. (io mi chiamo Caio)
Inutile dire che a proporre questo gioco è sempre mia sorella. Io preferisco, per esempio, il 20: I bambini stranieri dove io e lei facciamo finta di parlare inglese. Dopo un po’ io e lei ci capiamo davvero anche se parliamo una lingua che non esiste.
Su un’isola come questa non potevamo non giocare a Naufraghi su un’isola deserta!
Il numero 35. L’ultimo e il più bello.
– Mamma, possiamo andiamo a fare un picnic, domattina? – Sì, se vi portate anche Giò.
Giò non voleva venire perché non voleva giocare a fare il naufrago.
La vita selvaggia non fa per lui. Lui da grande vuole fare il Principe. Allora, per convincerlo a seguirci, Clara mi ha strizzato l’occhio e mi ha sussurrato: – 12!
Il 12 è il gioco del Tesoro dei Pirati dove noi naturalmente siamo dei pirati che trovano un tesoro. È un gioco vecchio che non ha mai funzionato bene ma serve a convincere Giò.
– Lo sai che queste isole erano infestate dai pirati, nel settecento?
– …
– È quasi sicuro che ci siano tesori nascosti!
– … eh, già!
– Sì, me lo ha detto il pescatore!
– E lui come lo sa?
– Ha trovato una mappa
– E allora perché non se lo va a prendere lui, il tesoro?
– Perché uno squalo gli ha mangiato il piede e non ce la fa ad arrivarci! – Al pescatore mancano effettivamente tre dita di un piede, le ultime tre. – È fortunato – ha detto Giò quando lo ha notato – gli sono rimaste giusto le dita per le ciabatte! – alludendo al fatto che il pescatore porta le infradito.
E così siamo partiti.

La casa che lasciamo ha il profumo delle erbe che la mamma ha raccolto per il sugo, di sapone di Marsiglia sui panni stesi e di cacca lasciata dagli asini di passaggio a seccare al sole davanti al portone sulla strada di pietra. Saliamo per la strada che diventa stradina e arriviamo al cucuzzolo: un nuovo mazzetto di fiori al tabernacolo, un ultimo sguardo a casa…
Ecco le lenzuola che la mamma ha messo a prendere aria alla finestra.
Le vedo e penso a questa notte: gran brutta notte! Clara mi ha svegliato perché doveva andare in bagno.
La casa in cui abitiamo, qui sull’isola, è chiamata il palazzo perché ha la facciata importante, tutta dipinta di bianco. Però dentro è tutt’altro che un palazzo. Non c’è la luce elettrica e la sera si accendono le lampade a petrolio e le candele.
In caso di emergenza c’è la torcia elettrica. È già la terza notte che Clara mi sveglia perché lei deve andare in bagno. In bagno, di notte, escono gli scarafaggi.
Anche a casa nostra in città ci sono gli scarafaggi: escono dal cunicolo della spazzatura e si avventurano sotto le porte del terrazzino. La mia mamma e Maria, la signora che aiuta la mamma a fare le pulizie, sono le feroci e temibili sentinelle della casa: il Nemico è sempre e solo quello, lo Scarafaggio. Una o due volte al mese si sente il fatidico grido: – SCARAFAGGIO! – Risuonano grida di battaglia, accorrono donne armate di ramazze, di battitappeti tecnologici, di spray killer… poi il silenzio.
È iniziata la caccia: – Ah!, lì!, oh!, là!, no…, acc… SÌ! Lo scarafaggio è battuto, schiacciato e viene portato come un trofeo alla spazzatura da un corteo orgoglioso e trionfante.
Lo scarafaggio è grosso e nero, lucido, antennuto…
Ma qui, la notte, dai tubi del bagno, ne escono a decine, a centinaia, a migliaia!
Escono e si acquattano uno accanto all’altro a colorare di nero i sanitari e le piastrelle. Fermi, come un unico enorme mostro nero e lucido apparentemente assopito! Ma non appena la luce della torcia elettrica sbarluccica sulla sua corazza sfaccettata, il mostro esplode in tutta la sua ripugnanza: gambette ticchettanti scivolano sulla ceramica, si spingono verso il buco dello scarico, scappano all’impazzata dappertutto. Se non sei veloce a scansarti, ti si arrampicano sulle gambe. Scappano tutti e il bagno è sgombero: Clara può entrare. Io sto con la torcia a fare la guardia aspettando i suoi comodi. Lei è mia sorella, e io sono molto buono.

La notte ha l’odore del petrolio delle lampade e della cera delle candele; la mattina ha l’odore di sugo di pomodoro alla maggiorana.
– Buongiorno Mondo!
E partiamo.

Il gioco

Arrivati agli Scogli Piatti mettiamo in acqua il canotto con dentro le provviste, le canottiere, le ciabatte, il retino, il salvagente di Giò e Giò. Clara seduta sul bordo rema con la pagaia, io dietro batto i piedi e faccio il timone.
– Avanti tutta, miei prodi! – Giò si sbraccia rischiando di cadere in acqua.
È un terzetto buffo quello che sbarca alla piscina.
– Ho sete.
– Ma se siamo appena arrivati?
– Ma io ho tanta sete!
– Eh, ho tanta sete… anch’io ottantasette, anzi, ottantotto!
– Solo un goccio…
Noi eravamo dei pirati che erano naufragati.

Dal Diario del Pirata Miccia Bruciacchiata naufragato nei Mari del Sud del 23/8/’79

Le tacche sul palo piantato davanti alla nostra capanna indicano che siamo qui ormai da trenta giorni. La nave è andata distrutta. Si è salvato solo un barile d’acqua e qualche asse di legno della poppa con le quali abbiamo fatto una zattera.
– Il mio canotto! – esclama Giò
Sull’isola abbiamo trovato delle cipolle selvatiche e sulla spiaggia abbiamo scoperto un nido di gabbiani pieno di uova che abbiamo subito fatte sode.
– A me le uova sode piacciono solo con la maionese! – insiste Giò
– !!!
Ormai avevamo solo l’ultima razione d’acqua e anche le uova e le cipolle stavano per finire.
– Ma io non ne ho mangiate neanche una!
– Così impari a fare lo schizzinoso! – gli risponde Clara
Allora ci siamo messi a mangiare patelle e ricci di mare.
– A me mi fanno schifo!
– Non si dice a me mi
– Non l’ho detto!
– A-me-mi-a-me-mi tu l’hai detto si-si-sì!
– Dai Clara, piantala! – cerco di placare gli animi
– Dammi la pianta che te la pianto!
Mmm! quando Clara ci si mette… non c’è gioco che tenga!

Trentaduesimo giorno sull’isola deserta. Il sole picchia sulle spalle come una mazza di ferro incandescente. L’umore della ciurma è sotto le piante dei piedi ferite dagli scogli puntuti. Qualche tuffo nell’acqua fresca poi a crogiolarsi al sole…
con gli occhi chiusi.

Questa è una cosa che amo fare! Vedere il sole attraverso le palpebre chiuse. A proposito, chissà perché si vede rosso anche con gli occhi chiusi?
Ma dopo un po’…
Clara: – Uffa.
– …
– Facciamo qualcosa?
– Cosa?
– Boh.
– Non facciamo niente! Che razza di gioco è?!
– Vero, dovevamo trovare il tesoro, avevate detto che sapevate dove…
– Va bene! Andiamo a esplorare l’isola! In fila indiana!
Davanti a tutti cammina il Capitano, (indovina chi era?)
– Io ero il Capitano, ero una Pirata donna ma tutti credevano che fossi un uomo, perché ero più forte di tutti.
– Io ero un Principe a cui avevano rubato il trono e per questo mi ero dato alla vita piratesca, salvavo una principessa rapita dai pirati cattivi e diventavo ricco.
– E io ero un pirata mezzo indiano e mezzo cinese pieno di cicatrici e di tatuaggi che parlava solo a gesti e a suoni gutturali.
La marcia procede lenta. (Non può che essere così visto che in testa c’è Clara.) Arrivati in cima Clara vuole andare di lì e io voglio andare di là.
– Di là è meglio!
– Comando io e dico che è meglio di lì!
– Ma di lì non si va da nessuna parte!
– Invece sì! E poi tu non parlavi solo a gesti e a suoni gutturali?
Litighiamo.
Giò dà ragione a Clara e allora ciao! Io me ne vado di là. – Vi faccio vedere io…
L’avventura è di là, si capisce subito, queste cose si sentono a naso, ma cosa vuoi che ne sappiano le donne! La vedi la giungla?
A me basta poco, una macchia, un albero, un cespuglio… ed è subito giungla.

– Il Safari è cominciato, sono sulle tracce di una scimmia, vedo le fronde stormire. So che è lì, da qualche parte nello spazio ritagliato tra i rami degli alberi. Avanzo come un gatto e i miei occhi, fessure penetranti, scrutano lontano… ancora un passo… sono dentro al cespuglio. Metto a fuoco: lontano… vicino… vicinissimo… sulle punta del mio naso, su questa bella tela di ragno… una ragnatela! C’è una ragnatela attaccata al mio naso e un enorme ragno peloso che trema sul filo di seta appiccicosa! Che schifo!

– Il Safari è finito. L’eroico cacciatore torna al campo base, dai suoi compagni a raccontare loro l’incredibile caccia.
Ma dove sono finiti? – Clara, Giò!
– Siamo qui! – seguo la voce e cavolo! hanno trovato una grotta!

La Grotta è il più bel posto che io abbia mai visto.
È una nicchia non molto profonda e non particolarmente grande che si affaccia sulla parete di tufo a circa due metri da terra. L’entrata è in parte nascosta dalle fronde di un cespuglio.
Clara e Giò, seduti con le gambe penzoloni, stanno mangiando beatamente il grappolo d’uva.
– Come avete fatto a salire fin lì?
– Provaci!
– Dai, come avete fatto?!
– Con un salto!
– Giò, come avete fatto!!?
– C’è la scala…
– L’abbiamo fatta noi! – e Clara tira giù una scala di corda con i pioli fatti con i rami come quelle che sa costruire Leo, il nostro fratello grande che fa il boy-scout!
Io: – E l’avete costruita in cinque minuti?- Clara: – sì – e io: – e la corda? – lei: – l’abbiamo trovata! – e Giò: – l’abbiamo trovata già annodata ai gradini!
La grotta appartiene evidentemente a qualcuno che la cura spesso. Il pavimento è stato livellato e coperto da un tappeto di paglia, il soffitto è pulito e c’è, nella parete laterale, una nicchia annerita dal fumo di una candela. C’è ancora un moccolo ma noi non abbiamo i fiammiferi.
Di chi sarà questa grotta?
Ovvio, di pirati!
Per ora è nostra. Clara, che inventa formule rituali per ogni occasione, ci fa ripetere la formula rituale che ci unisce fino alla morte nella più temibile cricca di masnadieri:
– Dobbiamo fare il giuramento. Ripetete dopo di me: Prometto di mantenere il segreto… della caverna sacra… di difenderla… di custodirla… di preservarla…
– di preser… che?
– di preservarla!
– dai, Clara, falla breve!
In breve: siamo in una grotta bellissima, su un’isola più bella di quella di Robinson Crusoe (ci sono anche le pecore che brucano poco lontano…) a giocare a un gioco che ci siamo inventati ma che è anche reale. Abbiamo persino finito le provviste!
Stiamo in allerta. Giò sistema il giaciglio con un’altra manciata di paglia che io ho còlto, cogliendo anche l’occasione per dare un’occhiata in giro, casomai arrivasse il padrone della grotta.

Melo

Melo è un ragazzo della mia età.
Ha una sorellina dell’età di Giò che si chiama Tina.
Vive in una casa che ha costruito il suo papà. Da solo.
– Nel senso che l’ha costruita LUI?
– Te lo giuro!
Io pensavo che per costruire una casa ci volessero i muratori, l’architetto, il geometra, l’elettricista, l’idraulico, il falegname, il fabbro, il vetraio…
Invece il papà di Melo ha fatto tutto lui da solo: le fondamenta, i muri, le porte, le finestre, i pavimenti, il tetto, il camino!
Su questa isola non c’è elettricità e nemmeno acqua corrente, però il papà di Melo ha fatto comunque sia l’impianto elettrico sia quello idraulico, perché: “non si sa mai”.

Noi stiamo giocando ai pirati, Giò sistema la paglia e lui arriva all’improvviso. Ha gli stessi colori della terra e delle canne di bambù. Arriva in silenzio improvvisamente vicinissimo e immobile. Come noi sorpreso nel vederci.
Giò è girato a sistemare il giaciglio e non si è accorto di niente.
Il ragazzo colore della terra e delle canne secche, guarda la spilungona, il magrolino e il microbo piazzati nella sua grotta.
La spilungona e il magrolino guardano lo strano ragazzo colore della terra e la sua aria minacciosa.
– Altra paglia! – Giò spunta alle nostre spalle – Forza pirati della malora!

Melo guarda le pecore. Fa il pastore. Ha dodici pecore e un montone che ha due corna arrotolate sotto riccioli di lana.
Melo si mette davanti al montone, abbassa la testa e lo sfida battendosi il pugno sulla fronte. Il montone lo carica e gli dà una zuccata. Ma Melo non si fa niente. Ha la testa più dura, lui.

– Forza, pirati della malora! – salta su a dire Giò. E il grugno di Melo si trasforma in un ghigno beffardo.
Io abbasso la scala di corda.
– Ciao – dice lui
– Ciao – e scendo.
– Come vi chiamate?
– Lei è Clara, io sono Caio e lui è Giò. E tu?
– Melo – e scendono anche Clara e Giò
– Melo?
– Melo.
– … Melo come un melo?
– No, Melo come me! … E quella è la mia grotta.

Ora con Melo siamo amici, lo passiamo a prendere tutte la mattine. Sua mamma gli dà un intero filone di pane tagliato con dentro pomodoro, olio e sale e lui, per tutto il giorno, è a posto.
– E le pecore? – Mangiano l’erba! … e già!

Nella grotta di Melo ci dividiamo quello che gli resta del filone al lume di quel che resta della candela.
Poi ci accompagna al cucuzzolo.
Ciao, a domani.
Questa vacanza promette bene e se il buon giorno si vede dal mattino…

Che sete!

Il viaggio di ritorno è breve ma drammatico: i naufraghi stavano letteralmente morendo di sete:
– Prima a bere! – grida Clara correndo avanti. Nooo! Tutti ma non Clara! È la più lenta soprattutto se bisogna bere a canna da una bottiglia sola, soprattutto se è la prima a bere. Beve ma sembra che mastichi tanto beve piano.
– Prima le signore!
– Prima i bambini!
Lo so, berrà lei per prima! Poi Giò, come al solito, si verserà un bicchiere e lo berrà tutto, un cucchiaino alla volta, come un uccellino biondo. Ogni sorsetto un’esclamazione di felicità – Umh, menta! Umh, lampone! Umh, punch al Rhum! – schioccando le P come nel film di Mary Poppins.
Giò centellina tutto: l’uovo di Pasqua gli dura fino a giugno!
Ha anche altre piccole manie come quando nasconde le fette di salame in tasca per leccarsele e assaporarsele di nascosto con calma; o come quando si prepara la colazione appena sveglio e ci costringe a fargli compagnia
– Non riesco a mangiare da solo!
– Ma almeno non alle sette della domenica mattina!
È un tipo meticoloso e noi stiamo a guardarlo mentre centellina il suo pane-burro-marmellata e beve il suo tè con il cucchiaino. Un uccellino biondo con gli occhi assonnati. Tace ma noi sappiamo a che cosa pensa! “Menta, lamPone, Punch al ruhm, menta, lamPone, Punch al ruhm!”
Invece per me la sete è come l’Amore. Soffri ma sai che però, prima o poi, berrai. E io, come arriverò a casa, dopo che Clara avrà lasciato libera la bottiglia, berrò proprio come immagino che bacerò la prima volta:
le mie labbra sul collo della bottiglia: sorsino d’assaggio, altro sorsino poi, senza più prendere fiato, un lungo, lungo sorso. Quindi un sorsino, un sorsone e ancora un sorso piccolo ma lungo. Un altro sorsino, ancora uno. Sorsino finale… Insomma, una solenne tracannata!
La sete diventa il pensiero fisso di una damigiana stracolma di acqua fresca. Non c’è lattina di coca o di aranciata che reggano il confronto. La mia sete è come un amore fedele: voglio solo te!
– Manda giù la saliva – dice Clara. Macché, sei matta? Perché farmi passare la voglia con la saliva quando potrò farmela passare tutta insieme, voluttuosamente, con un’unica solenne tracannata?

– Scommetto che riesco a bere due litri di fila.
– Due bottiglie piene?- Clara è incredula.
– Senza problema.
– Ci sto.
Dal cucuzzolo si scende in paese per un sentiero tra le rocce, poi il sentiero diventa stradina e la stradina diventa strada dove le case sono una attaccata all’altra e puoi saltare sui tetti piatti fin sotto la piazza. Non è pericoloso e sui tetti mettono a seccare fichi, pomodorini, origano, peperoncini… Noi preferiamo i fichi.
Dal cucuzzolo veniamo giù di corsa, prima come stambecchi, poi come muli, poi come cavalli, infine, quando ripartiamo dopo la pausa con i fichi secchi, come cammelli assetati.
Quando arrivo a casa, la prima cosa che faccio è sempre e inevitabilmente: bere. Ho giocato a pallone, sono andato a fare la spesa, mi sono annoiato sul gradino di casa, ho fatto naufragio su un’isola deserta… comunque abbia passato il pomeriggio, quando arrivo a casa, è la prima cosa che faccio. Anche tu, vero?
O fare la pipì. Comunque si finisce subito in bagno e, anche in quei casi, spesso, prima bevo e dopo fischio.
Apro il rubinetto, piego la testa sotto il getto d’acqua e mi riempio la guancia. Potrei stare ore e ore a bermi il Ruscello del bagno. Ruscello è il nome con il quale Clara e io chiamiamo il rubinetto del lavandino, quello del bidè, invece, è il Torrente, il rubinetto della vasca è il Fiume e lo sciacquone del water è la Cascata.
Io sto con la testa dentro il Ruscello e mi beo.
Qui sull’isola, l’acqua dei rubinetti non è potabile e, anche per questo, in bagno non ci si va mai. Cioè, ci si và il meno possibile. Soprattutto di notte.
In città invece, il bagno è uno dei centri più attivi della casa (ce ne sono due ma in quello piccolo non ci vuole andare nessuno, ci si va solo in casi estremi). La mattina presto il bagno è occupato dal papà che si fa la doccia e poi, mentre si fa la barba, apre le porte per le urgenze. Anna ci sta le ore negli orari più disparati: si fa la doccia anche alle quattro del pomeriggio! La sera si pettina a lungo i capelli biondi e la mamma, la mattina, si arrabbia perché li trova dappertutto. La mamma si lava per ultima quando la casa è vuota e lei ha finito di fare i mestieri.

Nel bagno di casa nostra ci sono molte regole: 1°) È OBBLIGATORIO SEDERSI, sempre, anche quando si fischia, anche i maschi che potrebbero farla in piedi, cosi non si schizza. 2°) LAVARSI CON L’ACQUA CALDA – SCIACQUARSI CON L’ACQUA FREDDA. Questa regola trova tutti d’accordo tranne me. Papà dice che è come per farsi la barba: acqua calda per aprire i pori, insaponare e radere, poi acqua fredda per richiuderli e rendere la pelle liscia. La mamma dice che è come per lavare i piatti: il caldo sgrassa e il freddo toglie gli odori. La signora Maria, che aiuta la mamma nei lavori di casa, dice che è come per lavare i sanitari: acqua bollente per sterilizzare, acqua fredda per non lasciare il calcare! Leo dice che è come per temprare il ferro che si batte incandescente e si raffredda nell’acqua. Anna dice che è come la sauna svedese dove prima ci si arrostisce sulla graticola di legno e poi ci si tuffa nella neve. Clara fa lo stesso in spiaggia: prima sulla sabbia bollente, poi nell’acqua gelida.
Io ci ho provato. Per me la doccia calda è la cosa più bella del mondo. La doccia fredda è la più brutta.
Sono freddolosissimo e non rispetto questa regola, d’altronde non rispetto sempre neppure la regola del fischiare seduto ma Anna se ne accorge inesorabilmente: – Caio! – non le viene neanche il dubbio che sia stato qualcun altro!
3°) FARSI IL BIDÈ. Io il bidè non me lo faccio quasi mai. Sono sempre di fretta! Però quando lo faccio, lo faccio come si deve.
Voi come vi sedete sul bidè? Col davanti o col didietro? Perché dalla forma non si capisce come ci si deve sedere! Quando canto e mi siedo con il didietro devo usare la mano destra perché è quella più vicina al rubinetto dell’acqua calda. Altrimenti posso usare la sinistra che è la mia preferita perché sono mancino.

Il papà di Melo si è costruito la casa da solo, io da grande costruirò almeno il bagno.
Dovrà essere come un giardino tropicale, con piante dappertutto, con un rubinetto e un ruscello per bere e lavarsi, e il water (nascosto nel verde) sarà un buco in una panchina di legno. Il pavimento lo farò a mosaico con sassi colorati (io adoro i sassi).
Dovrà potersi innaffiare con la pompa e avrà il buco dello scarico dell’acqua nel mezzo. Sarà come essere all’aperto. Però stando al caldo e all’asciutto.

Diana

Inutile dire che Melo conosce l’isola come le sue tasche e, come le sue tasche, l’isola è piena di sorprese, di posti segreti, di cose meravigliose.
Da dove inizio? Da Diana. Anzi dal maiale di Diana.

Sull’isola ci sono asini, pecore e maiali.
Ho sempre pensato che i maiali vivessero in famigliole tenere e paffute: papà maiale, mamma scrofa e i maialini. Una volta li avevo visti al pascolo: scappavano non appena ti avvicinavi un po’. Insomma, per me, erano animali timidi e buffi.
I maiali in questa isola, invece, vivono ognuno per conto proprio, ciascuno nel suo porcile.
I maiali in questa isola sono enormi, pelosi e terribilmente feroci.
Si impara subito a rispettarli e a tenere le mani al largo dalle staccionate dietro le quali sono rinchiusi.
Diana è una amica di Melo. Ha i capelli lunghi e ondulati, è un tipo vivace e, sull’isola, è l’unica bambina della mia età.
Un giorno stavo giocando a pallone con gli altri e avevo appena fatto un gol.
E Diana mi ha chiamato in disparte come se mi dovesse dire un segreto o qualcosa di personale. Io mi sono girato a guardare Melo e gli altri e ho fatto cenno che non giocavo più.
Dalle loro facce ho capito che erano curiosi, sorpresi e un po’ invidiosi.
Io ero sicuro di avere fatto colpo come calciatore anche se non avevo indosso la maglietta a strisce della mia squadra, né i pantaloncini neri, né i calzettoni con la riga blu.
Mio cugino Cola (il cugino di montagna) è uno che piace molto alle ragazze, le invita a prendere un gelato, passeggiano insieme, si dicono cose nell’orecchio…
Mi sono detto: – Ecco, ora lei mi sussurrerà qualcosa nell’orecchio e andremo a passeggiare insieme, a prendere un gelato…
Diana mi ha chiamato e mi chiesto se andavo a dare da mangiare al suo maiale.
– Come?
– Al maiale!
– Perché io?
– Dai…
– Perché non ci vai tu?
– Perché ho paura!
Non potevo certo tirarmi indietro! D’altronde si trattava solo di rovesciare un secchio di bucce di fichi d’india al di là di una staccionata.
Non era come andare a prendere un gelato insieme ma …
Mi ci ha portato, tenendomi per mano. È stato terribile! Per tutto il tempo ho pensato solo alla mia mano sudaticcia nella sua.
Poi ci siamo fermati e nella mia mano è passato il manico del secchio di bucce di ficchi d’india.
Il maiale di Diana non aveva un porcile con la staccionata come tutti gli altri: eravamo davanti a una specie di barricata fatta di cassette della frutta, macerie, rami e cose così e Diana mi ha fatto cenno di andare avanti da solo.
Con il secchio in una mano, con l’altra tentavo di arrampicarmi sulle cassette.
Che tuttavia franavano sotto i miei piedi. Quando sono arrivato in cima alla barricata, la barricata era arrivata a terra, crollata miseramente.
Ho capito di essere ormai dentro al porcile quando me lo sono trovato davanti, il maiale terribile ed enorme!
Ho cercato di rovesciare il secchio il più vicino possibile al maiale che mi fissava negli occhi. Dietro di me Diana, terrorizzata e probabilmente pentita di avermi chiesto questo favore, ha cacciato un grido, io mi sono tirato le bucce di fichi d’india sui piedi e il maiale ha caricato! – Scappa!
Forse sarei riuscito a riparare la falla, a erigere la barricata tra il maiale e il resto del mondo, a salvare il paese, a diventare un eroe…
Ma non ne ho avuto il tempo. Ho mollato il secchio e me la sono data a gambe – d’altronde mica l’avevo costruita io quel cavolo di barricata – con il maiale alle calcagna – che ne sapevo io che crollava tutto! – che grugniva come un porco – ce l’ha con me! – giù per la stradina scoscesa – tanto in discesa non può correre veloce! – fin dentro al paese – altroché se corre veloce!
Ho visto Diana infilarsi in un portone e l’ho seguita giusto in tempo per sentire il bestione passare sbuffando come una locomotiva giù verso la piazza.
Sono corso a chiamare Melo e, insieme, ci siamo precipitati là.

Mia mamma passa il pomeriggio in piazza che è il sagrato della chiesa che è anche una terrazza circondata da un muretto che è anche una panchina dove sedersi. Da lì si vede il mare e le altre isole e i due scogli.
C’è ombra e lei, la moglie del pescatore e altre mamme stanno a riposare o a lavorare o a badare ai bambini. C’è poco da badare perché non ci sono pericoli e anche i marmocchi di due anni vanno e vengono: giocano a palla, vanno a casa a fare pipì, tornano per mangiarsi un ghiacciolo, vanno per lavarsi con l’acqua del pozzo e cose del genere.
È un posto tranquillo. Di solito.
Non quel giorno, quando è piombato a rompicollo, grugnendo, il maiale!
È arrivato preceduto dalle grida della signora giapponese che abita due case sopra la nostra. Poi è arrivata la signora giapponese con in braccio Giò, poi è arrivato il maiale.
Giò era seduto in mezzo alla stradina che giocava con le macchinine. Lei, uscita di casa, aveva visto da una parte l’animale caracollare giù per la strada e dall’altra Giò che giocava, così lo aveva afferrato al volo. Giò, non il maiale.
Quando io e Melo siamo arrivati erano tutti in chiesa. Il maiale, vittorioso, trotterellava sul sagrato indeciso sul da farsi. Troppa libertà tutta in una volta!
Melo, con una lunga canna che si era portato dietro, era riuscito a tenerlo a bada fino all’arrivo del papà di Diana.

Quando incontrerò Cola, la prossima volta, gli racconterò di Diana, dei suoi lunghi capelli scuri e ondulati, della sua faccia abbronzata, degli occhi vivaci. Gli dirò che le piacevo e che aveva scelto me tra tutti i ragazzi e che mi aveva sussurrato nell’orecchio. E basta.

La battaglia della torre

Sul sagrato che sembra una terrazza si sta a bighellonare, a giocare a pallone, a decidere cosa fare. E con Melo ci sono un sacco di cose che si possono fare. In giro con la sua banda siamo i padroni dell’isola.
O quasi.
Rudi è biondo e alto e ogni due per tre dice – Orcocàn! – Lui e Melo si odiano. Se uno gioca a calcio, l’altro non gioca o gioca contro; per strada, quando si incontrano, si insultano:
– Faccia-di-capra!
– Scanna-cani!
– Passa la banda dei Fichi-secchi!
– Passa la banda dei Culi-di-piombo!
La banda dei Fichi-secchi siamo noi: Melo, Diana, Naso, Clara, io, Tina e Giò.
Tina e Giò non vengono sempre con noi. Sono piccoli e le mamme se li tengono in piazza.
– Perché la banda dei Fichi-secchi?
– È una storia vecchia di fichi rubati e di fughe sui tetti.
– E di Culi-di-piombo che non riuscivano a prenderci.
Rudi “Orcocàn” gira con il Matto e con altri tre scemi grandi e grossi. Sono quelli che fanno sempre la voce grossa ma che fanno meno paura di tutti. Il Matto invece è matto, non sai mai quello che pensa. Se gli parli ascolta ma non ti guarda.
Ha dei tic nervosi, sembra che combatta tra sé e sé un match di pugilato oppure che abbia una musica in testa che solo di tanto in tanto si ricorda di dover ballare.
Naso odia il Matto. Lo guarda sempre storto, di sguincio, con gli occhi nell’angolo, con un po’ d’orecchio e la punta del naso… dritta contro il Matto. Naso si chiama così perché ha il naso tutto storto da una parte, dalla parte da cui guarda il Matto. Come se avesse preso un portentoso pugno.
Rudi, il Matto e i tre scemi, contro Melo, Naso, Diana, Clara e io.

Un giorno Melo si è fatto un bastone intagliato e decorato con piume e filacci di lana.
Rudi lo voleva. Ma Melo non lo mollava. Allora Rudi se n’è fatto uno anche lui.
– Questo è il nostro Bastone. Il nostro Covo è la Piscina. Vediamo se siete capaci di portarcelo via. Alla fionda!
– Cosa vuol dire “Alla fionda”? – chiedo a Melo – Vuol dire che si gioca con le fionde. Bisogna difendere il proprio covo. E conquistare il covo nemico. Chi è sottomira deve arrendersi.
– Cinque contro cinque. Il vostro covo è la grotta e il vostro bastone è quello di Melo, orcocàn.

Ci si apposta, ci si sposta, ci si nasconde, si trae in inganno e quando i nemici ti beccano sottotiro gridano: – Scacco! – tu rispondi: – M’arrendo! – Chi sta in difesa del covo è come il re nel gioco degli scacchi: non può essere né colpito né catturato ma se è attaccato da due avversari si deve arrendere.
Qui si fa sul serio! E non è tanto la fiondata che fa paura ma essere catturati. Perché quando sei prigioniero possono fare di te quello che vogliono.
Dopo ore di gioco la situazione è questa: io e Melo abbiamo catturato un nemico (che ora è prigioniero nel nostro covo) e ci separiamo. Melo cerca di battere anche Rudi e io vado a spiare il covo nemico per vedere chi dei nostri è stato catturato.
Salgo sulla balza che porta alla torre, da lì posso spiare senza essere visto. Non ci sono arbusti dietro i quali nascondersi e gli unici ripari sono dati dalle rocce.
Mi muovo come un indiano, schizzando da un nascondiglio all’altro. Sto, sbircio, ascolto, annuso. Sono un predatore invisibile. Un ultimo scatto e…
La prima cosa che ho visto è stata la forcella della fionda poi l’elastico fatto con la camera d’aria di una bicicletta, poi il sasso dentro all’elastico, poi l’occhio dietro il sasso. Occhio da Matto. – Son fritto! – penso.
La fionda, il sasso, il Matto da una parte e dall’altra il mare e il suo unico accesso: la Torre.
Agli Scogli Piatti, oltre la Piscina di cui ti ho già parlato c’è la Torre che è uno scoglio altissimo con la cima stretta e piatta. È come la piattaforma dei tuffi da dieci metri. Però sotto la torre c’è lo Scoglio Piattino che è un lungo gradino largo un metro circa, piatto-piatto, giusto al pelo dell’acqua.
Dalla Torre osano tuffarsi solo due ragazzi, i Re della Torre.
Prima, i Re della Torre, erano tre ma il terzo si è rotto una gamba e da allora non si tuffa più. Non se la sente di prendere i tre passi di rincorsa che servono a superare lo Scoglio Piattino (che forse si chiama così perché se ci cadi sopra esci tutto piattino-piattino). Lui, la gamba, non se l’è rotta sullo Scoglio Piattino ma sullo Scoglio Sirena, che è proprio di fronte alla Torre. Lo Scoglio Sirena è come una sdraio levigata in forma anatomica dove è bello stare sdraiati a prendere il sole. È il mio posto preferito. Ma anche degli altri.
Insomma, dalla Torre, non devi saltare né troppo, né poco e assolutamente non di testa.
Ora i re sono: il fratello grande di Diana che si chiama Tomi e Rudi. che ha solo un anno più di noi ma sembra molto più grande.

Io sono lì: il Matto fa proprio paura. Temo che mi tiri la fiondata anche se alzo le mani e strillo: – M’arrendo!
Sì, se m’arrendo mi spara lo stesso!
Se invece salto lo lascio di stucco. Lui non ha mai saltato. – SCACCO! – il Matto non grida, urla! È un secondo ma sembrano dieci quelli che mi servono per decidermi a tuffarmi. Poi mi decido: tre passi e op! Pronti…
Via, e al primo passo penso che posso farcela, al secondo penso che se non avessi fifa non sarei normale e al terzo penso che io SONO normale e che posso anche sbagliare. Come l’anno scorso quando ho sbagliato la battuta del salto in lungo al campionato scolastico di atletica leggera esono finito lungo disteso a faccia in giù!
Mamma che strizza! Alt!! Freno giusto al pelo!
Come un cavallo che rifiuta l’ostacolo s’impunta e scaraventa il cavaliere oltre la siepe, anch’io vedo precipitare sullo Scoglio Piattino sottostante il mio orgoglio disarcionato.
– Caio! – Diana è allo Scoglio Scalo assieme agli altri. Mi ha visto, grida e tutti guardano quassù.
Sono l’ultimo ancora libero e sono in trappola. Il Matto è dietro di me. Lo sento come un brivido nella schiena.
Mi giro e l’affronto. Lui ha la fionda carica ma neppure la tende: hanno visto tutti che sono praticamente suo prigioniero. Faccio tre passi verso di lui poi mi volto e RIPARTO: rincorsa e op! sono nell’aria e mentre volo grido: – Alè!

In questi giochi non si sa mai chi vince e chi perde. Oggi ho vinto io e quindi abbiamo vinto noi. Anzi, ho vinto io. Rudi non mi chiamerà più il magrolino. Ora sono un Re della Torre.

Diana dallo Scoglio Scalo mi guarda.
Mi guarda! Lo scopro sbirciando di sfuggita nella sua direzione. Davvero guarda me! Lo vedo bene anche se i suoi capelli scendono davanti alla faccia: tiene la testa un po’ inclinata e un occhio guizza al sole. Sì, guarda me! e sembra anche che sorrida. Wash! Vampata bollente! Cuore a mille: come tuffarsi una seconda volta dalla Torre! Ma non grido “Alè”. Piuttosto: Ughh! o Asghh! Come si può scrivere? Urca!
Sono sullo Scoglio Sirena e mi sento un pesce che frigge in padella. Meglio filarsela ma con eleganza. Mi metto sulla pancia e aspetto l’onda per scivolare in acqua come un coccodrillo.
Sott’acqua penso: cosa voglio di più? Cosa c’è di più? Un bacio, mi risponderebbe Cola (il cugino di montagna)! Un bacio?! Non riuscirei MAI a darle un bacio! Piuttosto …
– Piuttosto m’affogo – penso con l’ultimo fiato e riemergo.

Cola ne ha baciate a centinaia! Anche Giosuè ha già baciato! Nico e Sergio invece no. Di Fabri non ne parliamo.
Questa poteva essere la mia prima vera occasione. Capirai, non capita tutti i giorni di meritarsi il titolo di Re della Torre! Ma,
Perché le cose belle durano poco? Perché sono così imbranato?
Ecco l’eroe del giorno colui che si è tuffato dalla rupe impossibile!
E un attimo dopo: ecco l’eroe del giorno ritornato ad essere il solito bischero!
– Te ne fai un altro?
– Cosa?
– Un altro tuffo!
E mentre sto per rispondere
– Eh, già! – mi becco un’onda in bocca proprio sulla à con l’accento e a momenti m’affogo davvero. Bevo, mi strozzo e tossisco, rosso-paonazzo con gli occhi che scoppiano fuori dalle orbite! E Diana mi guarda…

Diana mi piace, io dico di no ma tutto il paese dice di sì.
Ora sull’isola conosciamo tutti. È bello. In città non ci si conosce nemmeno tra vicini di casa!
Il quindici c’è stata la festa con i botti. C’erano tutti dal parroco all’ultimo nato ma tutti insieme non riempivano la piazza: c’era il pescatore con il vestito e con le scarpe, Cino era in giacca e cravatta… io avevo i pantaloni lunghi celesti che preferisco e una camicia di cotone indiano senza collo con tre bottoni che la mamma mi ha comprato prima di partire. Diana aveva il solito vestitino corto giallo, molto carino. C’era tutta la famiglia, c’erano Anna, Leo e i loro amici che non si vedono spesso in piazza. Fanno cose alternative come il bagno di sera, il falò ai ruderi, la veglia alla luna piena… Ad Anna, credo piaccia uno che si chiama Pepe.
Clara dice che preferisce Tomi. Io vorrei che preferisse Pepe.

Pepe

Pepe suona la chitarra, ha i capelli lunghi e la barba bionda. È marittimo, gira il mondo sulle navi, è stato in Africa a piedi e racconta.
– Hai visto Leoni? – No.
– Hai visto Giraffe? – No.
– Elefanti, rinoceronti? – No.
– Allora che cosa hai visto?

– Ho visto una strisciolina d’Africa sottile come la strada che ho calpestato ma lunga e sorprendente più del collo di una giraffa. Affascinante come un leone. Enorme come un elefante. Imprevedibile come un rinoceronte. Ma questi animali non li ho visti. Ho visto sabbia gialla, fiumi azzurri…
– Hai visto i coccodrilli?
– No. Ho visto terra rossa, foresta verde …
– e gli ippopotami?
– No. Ma ho visto scorpioni grandi così che se non stavi zitto ti mordevano le chiappe!
– Ho visto il cielo africano, i tramonti di fuoco, la luna storta, la croce del sud…e la notte più bella del mondo: la notte sul Nilo.
– Sembrava di essere DENTRO al Presepe! Non vicino alla grotta ma, sai, sullo sfondo dove ci sono il deserto e le prime case di Nazaret.
– Di Betlemme!
– La stessa aria, lo stesso profumo, la stessa luce, le stesse palme, i pastori e i contadini, i cammelli, e tutte quelle stelline appese a un cielo di carta azzurro-metallizzato.
– E la cometa?
– No. Ma la stessa pace. Ero felice e sereno come una statuina di un viandante, di un Re Magio!
– E quanto tempo ci sei stato?
– Tanto. Lì tutto è lento: il Fiume è lento. Lento come il tempo, quello che ci vuole a muoversi. (Per questo andavo a piedi). Il tempo che non passa mai nei canti, nei balli, negli usi e costumi di quella cultura di quella terra. Un altro mondo.
– Un giorno, con il barcone che mi portava verso sud, verso la savana …
– allora non l’hai fatta tutta a piedi!
– No. … eravamo attraccati vicino a un villaggio di pescatori. Gli altri erano scesi a cercare da mangiare e da bere , io invece stavo a guardare il presepe perfetto nel quale ero scivolato dolcemente giorno dopo giorno. Il fiume scorreva e io, fermo, sentivo l’Africa vera, quella verde, che si avvicinava. Sentivo l’odore di foresta e di liane. Guardavo la corrente: un’ultima lattina rossa di Coca-Cola andava verso il Cairo. Non ne avrei più viste.
– Verde, d’ora in poi solo verde! Ad un tratto sbuca fuori dall’acqua, a meno di uno sputo dalla mia faccia, l’enorme faccione di …un PESCE GATTO!
– Un pesce gatto? Ma quelli, li ho visti anch’io!
– Sì ma quello era grosso almeno come una balena!
– Boom!
– In Africa tutto è grande…

Quando Pepe racconta sembra di essere là. Anzi sembra che l’Africa sia qua.
Ora le balze che dal cucuzzolo portano nella parte sud e selvaggia dell’isola ci sembrano gli altipiani dell’Africa orientale e le rocce che scaliamo e sulle quali ci rizziamo come bandiere sono le montagne del Jabel Marra, il mitico Jabel Marra di cui racconta sempre Pepe.
Lui c’è stato e descrive quelle montagne come il paradiso terrestre.
– Hanno la forma di zuccotti tondi e verdi di vegetazione lussureggiante, con corsi d’acqua fresca che zampillano tra sassi bianchi e tondi. Sugli alberi frutti grandi come meloni, fiori dall’odore inebriante, uccelli variopinti e nei piccoli villaggi nascosti nel verde, tanti bambini chiassosi .
Da quelle parti si va a piedi o a dorso di mulo. Non ci sono strade ma piste poco segnate e facili da perdere.
– Da che parte per Nìrtiti?
– Dritto fino al grande albero poi a destra verso la roccia rossa…
– Quanto tempo per Nìrtiti?
– Dighiga! – due minuti. È sempre due minuti, anche se devi camminare otto ore.
In otto ore si fanno quaranta chilometri camminando svelto. Parti presto la mattina da un villaggio e conti di arrivare al successivo prima di notte, altrimenti, di notte, nel cuore dell’Africa e senza un riparo può essere molto pericoloso! Parti presto la mattina con il villaggio ancora addormentato, il sole ancora basso e il ruggito di qualche belva nell’aria. Sotto i piedi nudi la terra fresca. Guardi i piedi e la terra mentre conti i passi sapendo di doverne infilare, uno dopo l’altro, chissà quanti.
È bello camminare nel Jabel Marra. Gli uccelli gridano parole in una lingua che non conosci ma a volte sembra dicano karkadè-karkadè (che è una bevanda fatta con fiori rossi) o kowaja (che vuol dire straniero) e ti sembra di capirli, dopo un po’ diventano familiari e ti fanno compagnia; vedi alberi che credevi esistessero solo nei disegni dei libri per bambini, alberi con forme e colori che sembrano inventati, cresciuti nella fantasia di un illustratore.
Un passo avanti all’altro, e sotto le suole passano sassi, buche, radici affioranti, tronchi abbattuti, pozzanghere. Passa il sole sopra la testa. Un po’ di sete, un po’ di fame, un po’ di stanchezza, un po’ di caldo. Ti fermi all’ombra a succhiare due spicchi d’arancia. Poi riprendi la marcia guardando i tuoi piedi bollenti sulla terra nuda.
Da dietro una curva appare un ragazzo con un grande fagotto in equilibrio sulla testa e gli chiedi informazioni:
– Da che parte per Nìtriti?
– Di là.
– Quanto tempo per Nitriti?
– Dighiga, due minuti.
– Qual’è l’acqua da bere?
– La terza.
Attraversi due rigagnoli e il terzo lo bevi. Ti puoi fidare. In quanto ai due minuti… beh, ci hai messo più di un’ora solo ad arrivare fin lì…
Pepe racconta e racconta. È stato sei mesi in Sudan e potrebbe andare avanti a raccontare per sei mesi tutti i momenti eccezionali che ha vissuto là.
Anche io e Melo da grandi ci andremo, perciò tampiniamo Pepe che ha sempre tempo e voglia di raccontare. Dice che ha il mal d’Africa, vuole ritornare. Si arrotola una sigaretta e guarda lontano…
– È il cuore del mondo. Lì, tutto quello che c’è, è prezioso.
– L’acqua, per esempio. Sapersi lavare usandone solo un bicchiere è segno di grande rispetto del mondo! E per far questo bisogna saper fare la mano a cucchiaino.
Pepe ce l’ ha insegnato. Ci si lava la faccia, le orecchie, dietro le orecchie, una mano e poi l’altra fino ai gomiti, facendo colare poche manciate d’acqua – appena un bicchiere – da una mano all’altra senza perderne una goccia con le dita serrate l’una alle altre.
Gli abitanti del deserto si lavano molte volte al giorno, ogni volta che pregano, e prima e dopo ogni pasto. Con la mano a cucchiaino, senza sprecare una goccia.
Pepe ci ha insegnato anche un sacco di altre cose che hanno a che vedere con l’igiene, perché dove fa molto caldo l’igiene è importantissima. Per esempio, un giorno, Pepe, costretto da un impulso irrefrenabile, si era appartato a fare pipì.
– Vergogna! In piedi come i cammelli! – gli aveva detto un beduino, e aveva ragione: fare la pipì in piedi è una cosa di cui vergognarsi. Invece i beduini per fare la pipì e la cacca si accovacciano e nascondono sotto le loro larghe vesti le parti intime. Accovacciati in quel modo ci si sporca di meno e per lavarsi si adopera la mano sinistra solamente, così si risparmia acqua e si ha sempre una mano pulita – la destra – per salutare e offrire da mangiare.

Immobili

– Chi ne vuole un po’? – Melo offre con le sue mani luride l’ultimo pezzo di panino al pomodoro quotidiano.
– No, grazie!

Sul sagrato-piazza-terrazza si bighellona, si sta insieme, si ascolta Pepe che racconta, si scherza, si prende il sole negli occhi …

Se guardi il sole con gli occhi chiusi vedi rosso. Ora so perché ed è arrivato il momento di fare bella figura:
– È il sangue che irrora le palpebre scorrendo nei vasi capillari!
– Ma cosa stai dicendo?
– Eh, è il sangue che irrora..
– Irrora? Ma come parli?
Mio fratello Leo parla così, è lui che mi ha spiegato come mai quando guardiamo il sole con le palpebre chiuse vediamo rosso o perché vediamo rosso quando copriamo con le dita strette una torcia elettrica accesa. È il sangue che vediamo in trasparenza.
– Ma cosa dici?
– È il sangue!
– Ma va là!
Questa è una cosa che mi dà sui nervi! Quando non mi credono, quando pensano di saperne più di me! Melo poi, che fa il pecoraio!
– Allora dimmelo tu come mai si vede rosso? – domando convinto di non ottenere risposta.
– Perché i raggi di luce rossa sono gli unici che riescono a attraversare lo spessore delle palpebre. O che riescono a passare tra le dita strette. Sono i raggi ultravioletti.
Cavolo! Avrà mica ragione? Possibile che Leo abbia sbagliato in pieno? Ma tu pensa… i raggi ultravioletti…
– Boom!
– E allora no!
Cavolo aveva ragione lui. Lo sapevano tutti. Anche Tina, anche Pepe che ha fatto le scuole molto tempo fa. O forse facevano finta di saperlo.
– Scherzavo, lo sapevo anch’io. Beh, comunque con gli occhi chiusi, oltre ai raggi ultravioletti vedete anche voi le macchie colorate che ballano?
– Sì, sono le pupille che si muovono…
– Prova a tenerle ferme! È impossibile.
Così abbiamo passato il tempo a sperimentare… eravamo scienziati e alla fine avevamo scoperto una nuova legge della fisica: ANCHE IMMOBILI È IMPOSSIBILE STARE FERMI. Dal che si deduce che è inutile insistere a dire ai bambini: – State fermi! Immobili!

– I bambini non stanno mai fermi.
– Nessuno può stare davvero immobile!

Il falegname che viene a casa nostra, sì. Il signor Tosi. Monta i mobili o aggiusta le tapparelle. Quando viene sto con lui e lo guardo lavorare. Lui è di poche parole ma se domando mi mostra e se gli serve mi chiede. M’insegna.
Una volta sono stato nella sua bottega tutto il giorno ad aiutarlo. Lavorava sodo e a mezzogiorno ha fatto la pausa pranzo.
– Ricominciamo alle due.
Alle due meno dieci aveva finito di mangiare, allora si è messo seduto con i gomiti sul tavolo e la testa tra le mani ed è rimasto così, immobile, fino alle due precise. Io, che facevo tutto quello che faceva lui, sono rimasto seduto al tavolo, domandandomi come fosse possibile stare fermi senza far nulla. Lo spiavo e pensavo “forse prega o canta sottovoce” perché se uno sta fermo ma canta o prega allora non si può dire che non sta facendo niente. Lui invece non faceva proprio niente. Ogni due per tre, mi veniva in mente qualcosa da fare e mi alzavo ma mi fermavo a mezza via e tornavo a sedermi a guardare, se non altro, le sgorbie e gli scalpelli attaccati al muro. Ho pensato: – Se da grande faccio il falegname divento così anch’io?
Pepe dice che in Africa bisogna avere molta pazienza perché un treno lo puoi aspettare anche per una settimana. Fermo, alla stazione.

– Wwrrooomm!
– Wwrrrraaiinn!
Quando si scende al porto si corre come macchine di Formula Uno. Io ho il costume da bagno rosso e le infradito rosse. E sono la Ferrari. Melo ha i bermuda bianchi, cioè grigi per cui è la McLaren. Il segreto della vittoria sta nei pneumatici, nella gomma delle ciabatte. Dopo ogni discesa controlliamo la condizione delle suole e andiamo a vedere la gomma rimasta sulla strada alla curva del Minimarket di Cino. La curva della morte. – Wrroomm! – Si chiama così perché Giò ci si è schiantato subito, alla prima prova. – Cosa vuoi correre tu, Williams? – Giò si è schiantato molte volte nella sua breve ma intensa vita. Prima in passeggino, poi in triciclo, quindi, e soprattutto, in bicicletta. Ma non sempre è stata colpa mia! Sono il suo istruttore e allenatore, sono io che gli ho insegnato, per esempio, ad andare in bici senza rotelle.
– Ti insegno io!
– No!
– Dai!
– Non mi fido!
– Cosa vuoi che ti faccia? – Si è rotto il mento e gli hanno dato due punti. Sullo stesso punto dove tre anni prima si era spaccato, in triciclo. Giò è un bambino fortunato ad avere un fratello che gli insegna tutto. Quest’anno volevo insegnargli a nuotare ma lui si è rifiutato categoricamente. Preferisce andare in giro con i braccioli o il salvagente! Contento lui… Credo che gli farò il regalo che non si merita: gli insegnerò a nuotare comunque, anche contro la sua volontà.

Sfrecciamo, galoppiamo, sgambettiamo. Siamo macchine, moto, cavalli, stambecchi e cammelli, torniamo a casa assetati e la prima cosa che la nostra mamma fa è dire: – I COMPITI!
– Ma mamma, c’è ancora tempo
– ORA
– e poi è un’ingiustizia!
– NE HAI UN QUINTALE
– La vacanza è vacanza se è vacanza! Se no che vacanza è? Se bisogna lavorare lo dicano
– L’HO DETTO INFATTI
– Ma…
– !

I Compiti delle Vacanze non te li risparmia nessuno. Nemmeno il maestro Corrado.
E io mi metto alla scrivania ma concludo poco.
I miei genitori con me hanno perso le speranze: per loro Anna deve essere perfetta, Leo almeno il primo della classe, Clara basta che vada bene, io basta che vada. Con Giò basta. È l’ultimo, il fiore della loro vecchiaia, può fare quello che vuole tanto più che Anna è quasi perfetta, Leo è il primo della classe, Clara va bene e io vado.

I compiti

A scuola vado “che sono un disastro”.
Fede mi prende in giro, Sergio, no. Giosuè dice, tenendomi un braccio sulle spalle, che invece vado benissimo. Ma non è vero. Lui va bene, non come Sergio ma almeno come Fede. E non mi consola per niente, anzi, mi fa un po’ rabbia perché io non ho mai l’occasione di consolare lui, e comunque non riuscirei a mettergli il braccio sulle spalle perché lui è molto più alto di me. Io sono proprio un tappo.
Con la vecchia maestra era un disastro, ora con il Maestro Corrado va decisamente meglio. Lui è più comprensivo e anch’io capisco meglio.
Una volta la vecchia maestra aveva il raffreddore:
– Facciamo un bel dettato! Titolo: Cobe Robolo fondò Roba…
– Come, scusi?
– Cobe robolo fondò…
– COBE?
– No cobe, COBE!
– o.k. … cobe…
– … fondò roba!
– Mi scusi…ROBA?
Si arrabbiò e io scrissi esattamente quello che lei dettava. Sette errori in tutto, voto: tre! Corrado non si sarebbe arrabbiato nemmeno la volta che scrissi che il rosmarino di inverno si era salvato dal gelo perché era appoggiato ad un mulo. Avevo fatto anche un bellissimo disegno con la pianta e il bell’animale, poi ho guardato il disegno di Giosuè e anche lui aveva disegnato il rosmarino ma lo aveva appoggiato ad una fila di mattoncini, un muretto… un MURO! Inutile correggere: il disegno mi avrebbe tradito!
Con Corrado è meglio, per esempio ora c’è il laboratorio teatrale, prima c’erano le recite: la maestra diceva – Facciamo Cenerentola! – anzi, più pomposamente – Mettiamo in scena Cenerentola! Tu fai questo, tu fai quello, voi fate quest’altro – ci dava i rispettivi burattini e ci mandava dietro il teatrino con un copione – da tenere nel mezzo – dal quale ciascuno leggeva la sua parte. Il copione lo teneva sempre Carlo, il cocco della maestra, e noi altri quindici (tra matrigna, sorellastre, topini e compagnia bella) stavamo accalcati intorno a lui cercando di far spuntare il nostro burattino e di leggere la nostra battuta.
Quella volta io facevo il principe. Carlo faceva il re. Il re non è un personaggio importante nella storia di Cenerentola, neanche nella scena finale quando il Principe e Cenerentola si sposano.
Eppure lui stava sempre in mezzo.
Cenerentola la faceva Micaela, la più bella della classe.
È stato un disastro di recita. A Carnevale, con il pubblico in maschera a fare un baccano indiavolato e noi dietro al teatrino ammassati e sudati attorno a Carlo che, vestito da Moschettiere – Non ti puoi togliere il cappello? Almeno la piuma! – agitava nervosamente il copione. Ma io dico: come si faceva a leggere bene?!
Sta di fatto che nella fatidica scena finale, il Principe e Cenerentola si sposano e io, invece di leggere: “Ti metterò al dito un anello”, ho letto: “Ti metterò al dito un ombrello”. Tutti hanno riso come matti tranne Carlo, io e Micaela che anzi si è messa a piangere.

Fede dice che siccome io vado bene solo nelle materie artistiche (recitazione, disegno, musica ecc.), che sono materie che non contano niente, sono meno intelligente di lui che va male nelle materie artistiche ma bene nelle materie importanti (matematica, italiano, scienze…)
Scemo! Intanto io l’ho battuto in un test di intelligenza laterale!
Questo:

. . .
. . .
. . .

Unisci i puntini con quattro segmenti di retta senza mai alzare la matita dal foglio. La soluzione è in fondo al libro.

Il maestro Corrado dice che l’intelligenza non si misura con i voti né con i test d’intelligenza.
Non sa neanche lui che cos’è ma dice che – È intelligente chi mette a frutto le proprie qualità, i propri talenti. La scuola elementare insegna le cose che un uomo deve assolutamente saper fare: leggere, scrivere, fare di conto. Però deve anche comunicare l’amore per la conoscenza, deve far immaginare mondi, deve dare le occasioni di incontro tra sé stessi e le proprie qualità, tra gli uomini e i propri sogni.

Io ho molti sogni, cioè ci sono molte cose che mi piace fare e mi piacerebbe fare da grande. Non certo il calciatore, come moltissimi miei compagni, anche perché so che finirei sempre in panchina. È importante conoscere i propri limiti! Non l’ingegnere perché bisogna studiare tanto, non il poliziotto perché bisogna ubbidire…
Piuttosto il falegname, lo scultore, l’inventore o il poeta. Il musicista, il clown o l’acrobata, l’avventuriero, il viaggiatore solitario… – Niente arte! – dice mio padre perché: – nell’arte o sei il migliore o resti poverissimo! – e già! Medici, o ingegneri guadagnano tutti, bravi e meno bravi. Quei soldi se li sono guadagnati sudando sui libri quando erano studenti
Io no, io sono per l’uovo oggi piuttosto che per la gallina domani, tra formica e cicala sono la cicala. Ho la sensibilità dell’artista.
Può darsi.
Una volta mi ero dimenticato di fare per compito una poesia in rima baciata. La maestra mi avrebbe ucciso! Allora, lì per lì, all’ultimo momento, ho sparato sul quaderno le più banali e stupide rime che fossero mai passate per la testa del più insulso dei poeti… queste:

“Giacomino il patatino
va a comprare il padellino
inciampando in un buchino
si fa male al sederino
per comprare il padellino.”

Giusto in tempo per consegnarlo. Ma non l’avrei passata liscia lo stesso: si sarebbe arrabbiata per la parola sederino; avrebbe capito che era stata scritta in due minuti (o qualcuno glielo avrebbe spifferato!); avrebbe detto: – Hai copiato! – (In effetti, mentre cercavo ispirazione, l’occhio mi era caduto sul giornalino che tenevo sotto il banco. C’era un personaggio che si chiamava Giacomino al quale capitavano avventure altrettanto stupide); infine avrebbe potuto obiettare che avevo usato due volte la parola padellino e che la rima in -ino è troppo facile (e quindi non vale) e che comunque non avevo nemmeno raggiunto le sei righe da lei richieste!
Invece mi diede dieci, il massimo – lo giuro – mi mandò persino su dal Direttore a farmi mettere il timbro blu con scritto “LODE DEL DIRETTORE”. E il Direttore, dal quale ero andato sempre e solo per questioni di cattiva condotta, lesse la poesia, la trovò fantastica e mise il timbro. Sembrava si fossero messi d’accordo per prendermi in giro!
La maestra fece leggere ad alta voce le poesie più belle: la mia, quella di Lia, di Anna, di Sergio e naturalmente quella di Carlo. Giosuè disse che la mia era più bella. Ma lui è mio migliore amico.
Non so, tu che cosa ne dici? Facevo la seconda elementare…
Se dovessi trovarla bella anche tu, avvisami, che da grande faccio il poeta!
Sotto sotto, lo ammetto, mi piacerebbe. Infatti, dopo quella di Giacomino, ne ho scritte altre.
Una l’ho scritta per Micaela, quando è stata in ospedale con l’appendicite:

“Questa poesia che ti ho dedicato
È per ricordo del tempo passato
Quando allegra e felice giocavi
E sopra i prati correvi e saltavi.
Ora sei a letto fra ferri e dottori
Di medicina ora senti gli odori
Ora felice tu più non sei
Ma con tutto il cuore io lo vorrei.”

L’anno dopo si è fatto male Teo e io ho scritto:

“Per consolarti in quell’ospedale
Ora ti mando ‘sto breve verbale
Per ricordarti di esser prudente
Perché se no tu ti rompi anche un dente.
Se su una sbarra vai col piè bagnato
Ti trovi a terra tutto sfasciato
Quindi ricorda di non arrischiarti
Perché se no tu ti rompi anche gli arti.
Ora ti lascio con i più cari auguri
Per consolarti di scontri futuri.”

La maestra ha chiesto alla classe di mandare un bigliettino al nostro compagno sfortunato e io le ho dato questa poesia. – Ma Caio! – ha detto con due occhi di gigantesco disappunto. Quando il fratello di Teo è venuto a ringraziarci ha detto, tra l’altro: – In quanto alla poesia di Caio.. – la maestra si è rizzata sulla sedia – gli è piaciuta moltissimo e l’ ha trovata molto divertente. – Sorrisone della maestra e urrà di vittoria nella mia testa.
Sì, perché nella mia testa, quando sono a scuola, c’è spesso un film, un Colossal, di quelli tipo Antichi Romani: Gladiatori, Fossa dei Leoni e migliaia di tripudianti spettatori. La maestra è l’Imperatore Tiranno, io sono il Gladiatore… waah, boato della folla… Ma è un film troppo lungo, capirai, un Colossal! Te lo racconto un’altra volta.

Una poesia l’ho scritta anche qui, in vacanza, invece di fare i compiti che, a questo punto, non credo che finirò più.
L’ho scritta per Diana.
È lei che mi piace davvero. Mi piace tanto, è tutto il mio cuore.
Non m’importa di Micaela (che comunque ama Giosuè), né di Lia che è la seconda più carina. Non penso ad altro, se ci penso non riesco più a pensare ad altro. Diana… Diana… non ho nient’altro da dire… Vorrei ballare!
Ballo.

L’ultima sera

Tutte le vacanze del mondo, di tutti i bambini del mondo finiscono così: all’improvviso! I giorni scorrono tutto d’un tratto in un baleno.
Non ballo più. Anzi, sto, come un allocco, immobile in piedi in mezzo alla piazza.
Domani partiamo. Già da qualche ora si sente qualcosa nell’aria. Le cose che facciamo, le cose che diciamo rimangono sospese come se non avessero un posto giusto dove andare, come se non avessero risposte abbastanza intelligenti.
Facciamo finta di niente.
C’è da mettere via gli ultimi giochi. Il pallone che ho comprato al Minimarket non ci sta da nessuna parte
– Lascialo a Melo – dice la mamma.
E io sono qui con il pallone in mano, fermo.
– Daglielo! – dicono tutti ma io non lo faccio. Non è che non voglio, è che non lo faccio e basta. Sa di ultimo gesto, di addio definitivo e c’è ancora un sacco di tempo per regalare a Melo il mio pallone. Partiamo domani mattina all’alba: il traghetto si fermerà al largo e il pescatore ci porterà sottobordo per l’imbarco. Sarà l’unico sveglio in paese, a quell’ora.
Partiamo e io non vedrò più Diana.
– A letto presto, stasera! – dice suadente la mamma.
– A dire il vero, signora, avevamo organizzato una festicciola di commiato… – si intromette timidamente il pescatore
– Quand’è così…
– Prego, accomodatevi, è già tutto pronto, mia moglie ha fatto il pesce alla brace!

Da non crederci! Come la notte di Natale, meglio della Festa con i Botti! Non poteva esserci sorpresa più bella.
Nnella veranda della casa del pescatore c’è mezzo paese, Melo, Diana e tutti i nostri amici ma anche gli amici di Anna e di Leo; c’è la musica, il vino, e candele dappertutto: sulla tavola, sui muretti, sul tetto.
Si mangia in piedi, in giro, Diana è sparita con un mezzo pesce bruciacchiato tra i denti. Io faccio finta di niente ma vorrei correre a cercarla.
– È sul tetto!
– Ah, ciao Clara. Chi è sul tetto?
– Lo sai benissimo. Cosa aspetti, scemo!
Aspetto una SCUSA per salire! Non posso mica andare su come nei film e dirle: “Ti amo!”. Aspetto che scenda sapendo che magari sta lì tutta la notte.
Aspetto di essere più grande per queste cose!
Eppure, sarà la musica e le candele, sarà che ci sono i genitori e i fratelli maggiori, sarà che il papà mi ha dato il permesso di bere un goccio di vino… insomma mi sembra di essere diventato grande.
– Noi giovani si va sul tetto a cantare, vieni? – anche Pepe mi tratta come un adulto. Ed ecco una scusa buona, andiamo!
Cerco Diana, la vedo seduta sul bordo con le gambe a penzoloni e vado a sederle vicino.
Lei guarda la luna, io guardo lei e nessuno mi guarda: allungo il collo senza volerlo come per darle un bacio…
– Allora, mingherlino, si parte, eh! – Melo! Melo, proprio ora!
– Eh, già!
– Bella serata… – e abbiamo iniziato a parlare delle stelle e delle candele, dei suoni, dei profumi…
– I grandi puzzano!
– Sì, e più i grandi sono vecchi più puzzano, esempio: Don Enrico!
– Don Enrico puzza di brutto!
Don Enrico è il parroco del paese. Puzza tanto perché è decrepito.
– I grandi puzzano di sigarette, di caffè, di vino, di alito…
– Anche a te ti puzza l’alito! – A me? – Sì, sai di aglio! – Ma la puzza d’aglio è buona! – Bleah!
– Comunque l’alito di don Enrico non puzza d’aglio ma di vecchio!
– È la stessa puzza che c’è quando passi l’aspirapolvere.
– Che cos’è l’aspirapolvere?
– Lascia stare…
A me piace l’odore di ascelle che hanno certe persone: il falegname, Pepe ecc.
– A me puzzano le ascelle? No? Neanche un po’? Senti meglio! No, peccato.
– Rudi puzza di ascelle!
– Sì e Naso sa di saliva e fa i rutti all’odore di salame!
Ognuno ha il suo odore, alcuni buoni, alcuni cattivi. Diana sa di matite temperate.
– Io non ho odore!
– Invece sì, ti puzza il sedere!
E con questa battuta Melo si alza e se ne và.
Diana ha ancora un pezzo di pesce secco in mano e me ne offre un morso.
– Sì, grazie – ma non avrei dovuto accettare! Il pesce è stopposo e non vuole andare giù.
– Come stai? – dice lei. Per fortuna non si volta a guardarmi e non aspetta una mia risposta, perché ho la bocca piena e , anzi, sto lottando con una spina che mi si è incastrata nei denti. Il mio unico pensiero ora è trovare un modo per liberarmi di questo impiccio.
Ma, all’improvviso, Diana si gira e mi dà un bacio.
Un bacio con un sorriso, un bacio che vuol dire “mi piaci” mi piaci TU, mi piaci così tanto che ti ho baciato! E lo ha dato a ME.
Allora anch’io le ho dato un bacio con un sorriso, con gli occhi chiusi, con una spina tra i denti e l’odore di pesce sulle labbra, perché mi piace, mi piace da morire!
Poi ha detto ciao ed è saltata giù, sulla strada di pietra, sulle cacche lasciate dagli asini a seccare al sole.
L’ultima immagine di Diana
E ora?

Il ritorno

E ora non mi rimane che raccontarti di questo barbosissimo viaggio di ritorno in macchina, dei campionati di morra cinese, dei cori alpini, delle Certose intraviste dalla strada, di certi dialoghi fra me e mia sorella…
Esempio: – scema – scemo tu – si ma tu più scema – tu mille volte scemo – tu un milione di volte – più uno – più due – Non vale! Se tu sei scemo una volta più di me, io non posso essere più scema di te – e allora anche prima, che io ti ho detto che eri più scema di me, io non potevo essere più scemo di te! – sì ma l’ho detto prima io – no, prima io – no, io – cretina – cretino – specchio riflesso! – buttati nel cesso! – pesce lesso! – chi lo dice sa di esserlo – mille volte più di me….
Andiamo avanti ore. La mamma si gira e grida: – Basta! – noi andiamo avanti lo stesso (senza gridare) e se la mamma si rigira riusciamo a continuare (sorridendoci) fingendo amore e accordo. Non è molto edificante né interessante però è quello che a volte succede davvero.
A volte si dicono cose stupide.

Probabilmente penserai che sono immaturo per la mia età. Certo è, che se volessi, sarei capace anch’io di fare SOLO discorsi intelligenti. Basta far finta di essere come Carlo o anche un po’ come Fede. Mi riuscirebbe facilissimo ma io non faccio mai finta per sembrare meglio. E il giudizio degli altri mi lascia indifferente. E poi, a fare lo scemo, non faccio male a nessuno.
Non c’è molta differenza tra bambini e grandi da questo punto di vista. Ci sono grandi molto più immaturi di me. Li vedo, ora, per esempio, in macchina, cercare di superare a tutti i costi o cercare di non farsi superare e litigare tra loro più polemici di me e Clara. Potessero se le darebbero di santa ragione.

Io non faccio mai del male a nessuno. Perlomeno a nessuno più debole o piccolo di me. Non più.

Il Piccolo

Non so neanche come si chiamava, non mi ricordo niente né di lui né di suo fratello grande. Probabilmente ci sono venuti poco, all’asilo.
Ho ben presente solo la faccia. E non la dimenticherò più. Soprattutto la faccia del piccolo nascosta dietro le mani. La testa quadrata china con gli occhi bassi, i riccioli corti e biondi, le orecchi rosse di un pianto silenzioso.
Lo picchiavo… l’ho picchiato… ogni tanto gli davo una sberletta. Lui piangeva in silenzio coprendosi la faccia nelle mani e facendo sussultare un poco i riccioli biondi e le orecchie rosse. Nessuno si accorgeva di niente. Era l’unico che avrei potuto picchiare impunito perché gli altri sarebbero andati subito a piangere dalla signorina Margherita! Ma non era per quello che lo picchiavo o forse sì. Non c’era un motivo! Dovevo picchiarlo e basta. Era sufficiente una sberla e lui si riparava la faccia dietro le mani e piangeva in silenzio. Io mi guardavo attorno e siccome non c’era mai nessuno che badasse a noi lo stavo a guardare con i denti stretti e la voglia di tirargli un’altra sberla non appena avesse rialzato la testa.
Non so neanche come si chiamava! Ora sarà grande e forse anche più grosso di me.
Aveva un fratello maggiore con una grande faccia da buono, un sorrisone. Campassi cent’anni mi ricorderei per sempre la faccia del Piccolo e la voce del grande.

All’asilo c’era una chitarrina con tre corde di metallo ma la maestra diceva che era rotta e stonata perché era solo un giocattolo. Stava lì, inutilizzata, tra altri giocattoli.
Un giorno il Grande ha detto: – Canto – o forse non l’ha nemmeno detto, sta di fatto che d’un tratto eravamo tutti lì, anche la maestra, seduti in circolo ad ascoltarlo.. Il bello è, che era così bravo, che la chitarrina rotta e stonata suonava come un’arpa. Era magico! Magico.
È stato il primo spettacolo al quale ho assistito in vita mia. È stato un vero Spettacolo! (cioè una cosa stupefacente, una meraviglia che accade davvero dal vivo sotto i tuoi occhi).

Secondo me Grande sapeva che picchiavo Piccolo. Avrebbe dovuto tirarmi un pugno sul naso. Macché.
I due fratelli non venivano tutti i giorni all’asilo ma l’ultimo giorno Piccolo c’era. L’ho cercato e l’ho trovato come al solito in disparte. Io sapevo, lui no e l’ho visto tirare la testa dentro le spalle come una tartaruga impaurita. Io sorridevo e lui no. Poi l’ho preso per mano e l’ho coccolato, l’ho portato in giro: alla sabbionaia (dove stanno i piccoli), allo scivolo (sede della banda dei cattivi), ai gradini (dove stazionano le femmine) come l’amico più amico tra i miei amici. Non so se ero più contento io o lui, se gli volevo bene perché ero pentito o perché lo avevo picchiato e nessuno se ne era accorto, o perché il fratello invece di tirarmi un pugno sul naso aveva cantato la canzone più dolce che ci fosse. Anche gli altri lo trattavano bene, nessuno si ricordava il suo nome ma tutti lo salutavano calorosamente (era l’ultimo giorno di asilo per molti). E lui sorrideva felice.
Non lo avrei mai più tradito, né lui, né altri piccoli come lui!
E difatti da quel giorno non picchio più nessuno più debole di me. E anche quando sarò grande non me la prenderò MAI con i più piccoli o i più deboli. Se avrò dei nemici saranno grandi e grossi o ricchi e potenti …
Farò come Zorro!
Secondo me quei due fratelli erano Angeli. Sì!
Senza ali, senza particolari luci attorno, insomma, persone normali ma che per un momento, solo per qualcuno, hanno funzionato da Angeli. Non ci credi? Allora dimmi come può un bambino normale suonare una chitarrina giocattolo come fosse un’arpa?!

La fabbrica di birra

Quando l’autostrada diventa larga e dritta sappiamo che fra poco spunta in lontananza la fabbrica di birra con i suoi immensi alambicchi di rame. Il papà si raddrizza sul sedile e pregusta il momento di ripetere la fatidica frase: “Guardate bambini, lì fanno la birra!”. Ora sappiamo di essere a poche ore da casa, dal nostro caro letto, dalle maniglie di ottone, dai cassetti della scrivania.
Ma anche a poche ore dall’inizio della scuola, dalla correzione dei compiti che io non ho fatto.

Ma come si fa a pensare ai compiti quando hai la testa piena di cose belle da ricordare: l’amicizia con Melo, l’amore per Diana …
Sono cresciuto più in questa vacanza che nel resto dell’anno. Anche in vacanza senza fare compiti si imparano un sacco di cose!
Con il maestro Corrado ne potrò parlare perché lui è sempre molto interessato alle novità. Lui sa che noi facciamo del nostro meglio per non deluderlo. Forse, se mi promette di leggerla solo lui, potrò utilizzare la poesia che ho scritto per Diana come compito delle vacanze!
Per quanto riguarda matematica invece il discorso è molto diverso. Da matematica non si scappa. C’è un intero libro di esercizi, colorati quanto vuoi, di aritmetica, geometria, e tutte quelle cose lì, che aspetta di essere completato. Più una sfilza infinita di operazioni che, anche se le copio già fatte da Giosuè, ci metto un mese!
Come si può pensare a ciò quando si ha il cuore pieno di…

Mare: il fluttuare languido dell’ondina sopra lo scoglio piattino, le stupide alghe che le vanno dietro, i molluschi e i crostacei che sfaccendati ci si nascondono sotto.
Sale: il bruciore di occhi, di punta del naso, di labbra. Brucia anche il cuore.
Diana. Che salta dietro le pecore di Melo da un masso all’altro. Le gobbe dei massi, le onde del mare, i ricci dei capelli, le curve delle spalle.
Non la vedrò mai più anche se mi ha promesso che sarebbe venuta a trovarmi. In città.
Diana in città.
Potrebbe essere il titolo di un altro libro. La storia di una Bambina Selvaggia a New York. Storia allegra? Non so, che cosa ne è di Diana senza gli scogli? Senza origano nei capelli? Senza il sole e senza il sapore del sale, da sola come un sassolino di sabbia sperduto nella risacca di una Stazione Sotterranea?
Tutta tremante che si trattiene al transito del tremendo traffico metropolitano: tram, T.I.R., treni – tu tuu! – Temo sia troppo.
Diana con le scarpe che le scappa la pipì e non può farla in nessun posto.
Diana con il cappotto e con l’ombrello dentro un tram affollato.
Diana a cui offro un gelato al bar dell’oratorio e poi andiamo a mangiarlo insieme sul marciapiede.
No, sarebbe triste.

La macchina fa broooooooo… all’infinito.
La storia è finita. Poi arriviamo a casa.

L’isola della paura

Sono rimasto a chiacchierare fino a tardi ai giardinetti sotto casa con i miei migliori amici. Insieme siamo una banda: Giosuè, Sergio, Nico e Fabri. Fede non c’era.
Io ero il più abbronzato di tutti, Fabri il più bianco. Lui era proprio bianco. In campagna non ci si abbronza molto. – Ma a fare il bagno non ci andavi mai? – Non c’è il mare in campagna! – E allora cosa facevi? – Stavo in cascina, nell’aia o andavo nei campi… – Ma divertimenti? – La Sagra dell’Oca! Quest’anno abbiamo fatto la festa nel fienile! – Fabri è tagliato fuori ma a me è simpatico anche se gli altri lo prendono un po’ in giro.
Sua mamma e quella di Nico si affacciano a turno dalle finestre per strillare: – A casa!
Loro abitano rispettivamente al secondo e al primo piano. Mia mamma potrebbe affacciarsi dalla finestra del nostro appartamento ma siccome abitiamo al quattordicesimo piano la si vedrebbe a malapena, figuriamoci sentirla!

L’aria è fresca e c’è odore di casa: di giardinetti di città, di tigli, di polvere battuta, d’asfalto, di cacche di cane.
Abbiamo troppe cose da raccontarci per obbedire ai loro richiami.
A Fabri abbiamo cavato di bocca tutto quello che c’era di interessante: niente.
Nico è stato ammalato perciò anche lui ha ben poco da dire.
Sergio parlerebbe ma al suo posto parla Giosuè: sono stati in riviera insieme. E Giosuè tiene banco, e di tanto in tanto (en passant) snocciola le sue conquiste amorose con gli occhi che gli brillano come fari da discoteca, ammicca a Sergio e Sergio conferma, lo tiene in ballo. – … allora Giusy mi ha invitato al Galeone d’oro… e lì mi ha baciato.
Io taccio.
Guardo per aria e partecipo poco, ma ascolto:
– …poi abbiamo ballato, Sergio con una amica di Giusy molto carina… che però sarà stata venti centimetri più alta di lui, ah, ah, ah!
Penso a Diana. Anche di altezza era perfetta.
– E tu? – Giousè mi chiama ma io dormo.
– … eh?
– E tu?
– Tu cosa?
– Dico, non racconti niente!?
– No.
– Perché?
– Non mi credereste mai.

Volevo stupirli ma anche fare sorridere Fabri e Sergio, volevo farmi ammirare da Giusuè, che è meglio di me con le ragazze ma è più fifone, forse non volevo lasciargli il primato della vacanza più bella, forse non avevo voglia di andare a dormire, sta di fatto che, non so come, con l’aria serissima ho iniziato:
– Io… sono stato… all’Isola della Paura! È poco più di uno scoglio, con un Vulcano nero nel centro e Grotte profonde e inesplorate… è infestata dall’Erba del Diavolo che se le mangi ti fa diventare matto. Per questo l’Isola è piena di Matti. Sono diventato amico di Melo, una specie di Stregone buono e con lui sono entrato nella Grotta degli Orrori, tutta un cunicolo pieno di pipistrelli. Un giorno mi ci sono perso, assieme a una ragazza che si chiamava Diana. Per uscire abbiamo dovuto saltare dalla Rupe dei Sacrifici! Diana piaceva a Rudi che era praticamente un Orco! Naturalmente a Diana non piaceva Rudi ma il sottoscritto. E ci siamo baciati!
Ho raccontato di Pepe che nel racconto si era trasformato in un vero e proprio Pirata di mare: girava il mondo vendendo e comprando, rubando e truffando. L’isola era il suo covo e, si dice, ci fosse, da qualche parte ben nascosto, il suo incredibile Tesoro.
E poi del bagno di mezzanotte… Non te l’ho raccontato? Neanche lo scherzo che Leo ha organizzato con i suoi coetanei a noi ragazzini? Ci hanno fatto trovare misteriosi bigliettini (il primo in una bottiglia, gli altri come in una caccia al tesoro) in cui un signore, che si firmava il pirata-poeta, minacciava un suicidio collegato alla perdita di una misteriosa collana di perle di corallo. Davvero! Cioè, davvero ci hanno fatto uno scherzo.

Insomma, un po’ di verità, un po’ di fantasia. E forse ho esagerato: Giosuè non lo dice ma non crede a una parola, Sergio dubita, Fabri, invece, si berrebbe qualunque panzana io raccontassi e continua ad esclamare entusiasta: – Ma dai! No! Perbacco! Incredibile!
Forse pensa che io sia un po’ pazzo e che quindi mi possano capitare davvero cose da pazzi! Oppure pensa che sono COMPLETAMENTE pazzo e che quindi è meglio non contraddirmi! Sta di fatto che mi dà retta.
Fabri non dice mai una parolaccia: Perbacco! È proprio un bravo ragazzo, l’esatto contrario del sottoscritto. Gli altri non capiscono perché siamo così amici né che cosa abbiamo in comune (a parte la collezione di monete)!
In comune non abbiamo niente e siamo amici perché … sa un sacco di cose, è curioso, è bravo ad ascoltare. E si accontenta di poco e questo mi piace.
Lui non lo dice ma, secondo me, in campagna si è divertito come un matto! Magari solo a stare dietro a un coleottero colorato o a fare agguati alle lucertole… Già me lo vedo, seduto in mezzo alle zie, preparare i pennuti per la Sagra dell’Oca avvolto in una nuvola di piume bianche. Lui dice: – Abbiamo organizzato la sagra dell’oca… – io avrei detto: – Siamo stati a caccia! Abbiamo abbattuto una mezza dozzina di enormi volatili, li abbiamo spennati e con le piume abbiamo fatto cuscini per giocare alla Battaglia di cuscini! – che, secondo me, è proprio quello che è successo anche se solo nella sua testa. A volte immaginare le cose è altrettanto divertente che viverle per davvero.

– A CASA!!
Ora l’ordine è perentorio e ci si incammina. Fabri ha da mostrarmi una cosa e mi chiede di passare un attimo da lui. È un nido.
Di chissà quale uccello (lui me lo dice ma io l’ho già dimenticato). È il suo tesoro, lo tratta con molta cura e lo guarda con ammirazione: – Un giorno, tra migliaia di anni, gli uomini abiteranno in case fatte di alberi vivi, con i pavimenti di rami, le pareti verdi e fiorite. Case naturali, biologiche e tecnologiche, antisismiche, ossigenanti, vegetariane, ognuna diversa ma tutte uguali, come gli esseri umani che le abiteranno.
Così sono andato a dormire, pensando ai figli che avrò, di differenti colori. Quando sarò papà pianterò un albero che crescerà con i miei figli e piegherò i rami perché diventi per loro una casa per giocarci.

Dimenticavo: la soluzione del gioco a pag. .. è…
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Claudio Madia
L’ISOLA DELLA PAURA

Dedica pag. 5
A chi sa accontentarsi di poco.
Per esempio a mia mamma Adriana e a mia moglie Camilla.

Quarta di copertina A partire da 9 anni

Abbiamo lasciato Caio, protagonista di “Ascensore per lo spazio”, in partenza con la sua numerosa famiglia per il mare. Andranno in un’isola che si può girare a piedi tanto è piccola. Non è come l’Africa che Caio sogna di attraversare ma per un bambino come te e lui basta poco.
Nel suo diario, ma anche nel tuo, ci sono tutti gli ingredienti per raccontare una storia d’amore o di amicizia o di avventura, o di paura…

Claudio Madia è nato e vive a Milano, padre di quattro figli, è autore di spettacoli per bambini e conduttore televisivo.

Copertina e tavole interne di Natale Panaro

Indice

In macchina
La nave
L’isola
Il gioco
Melo
Che sete!
Diana
La battaglia della Torre
Pepe
Immobili
I compiti
L’ultima sera
Il ritorno
Il piccolo
La fabbrica di birra
L’isola della paura

le vacanze del Caioultima modifica: 2015-12-11T12:25:32+01:00da claudiomadia

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